martedì 16 gennaio 2018

IL MIO MIGLIORE AMICO E ALTRE STORIE

Avrei intitolato il primo della raccolta di racconto L'AMICO RITROVATO se non fosse già stato utilizzato da un grande del passato, Fred Uhlman (e di oggi: certa letteratura si fa per se stessa eterna) e credo che anche l'autore, Fabio Angelino, abbia desiderato la stessa cosa, visto che lo cita ben sette volte, come pure per ben sette volte cita quello che è l'autore preferito di suo nonno: Hemingway, cui fisicamente somigliava persino. Narra di come l'undicenne protagonista, dai genitori in crisi matrimoniale, si riavvicini al nonno paterno grazie ad un escamotage del nonno stesso: suggerirgli la lettura del suo romanziere preferito, Hemingway per l'appunto, facendogliene trovare “casualmente” una selezione sul tavolo.

La vita della famiglia era stata sconvolta dalla morte del fratellino del protagonista, come scrive meditabondo:“Mio fratello era morto. E con lui anche i miei genitori. Non sarebbero più stati gli stessi”.
Se c'è un aggettivo che qualifichi Fabio Angelino e la sua scrittura, direi proprio meditabondo, ne riporto qualche esempio:
“ … le cose tristi servono. Servono a farti apprezzare maggiormente le cos felici che ci circondano e di cui a volte non ci accorgiamo.” , “Siamo fatti così, abbiamo bisogno di essere accettati o, almeno, credere di esserlo.” , “Le conversazioni, per essere oneste e buone, hanno bisogno di parole quanto di silenzi.”, “Piuttosto soffri la solitudine, ne uscirai più forte e sarà più facile capire chi sono le persone che meritano di starti accanto.” , “In fondo, per un motivo o per l'altro, siamo sempre distratti e fatichiamo ad accorgerci della bellezza che ci circonda.”, “Saggezza? È facile essere saggi, dopo una vita di sbagli.”, “A volte dovremmo prendere proprio i nostri cari e abbracciarli, e sussurrarli all'orecchio quei ti voglio bene che sembrano banali, ma che in fondo, sono un prezioso carburante per il motore della felicità.”.

Interessante le sue considerazioni sul mostrarsi, o meno, debole da parte di un uomo, si direbbe persino d'impronta anti maschilista e comunque avverso agli stereotipi di genere, come ne ho scritto in STANDING OVULATION: “Perché, come tutti gli uomini, preferiva apparire forte e coraggioso, e com'era stato bello aiutarlo a capire che scoprirsi deboli, a volte, aiuta a sentirci più vivi e non ci sminuisce affatto.”

Un difetto soltanto: “... orologio a dondolo...” Non sapevo potesse esistere un orologio a dondolo. Solo quello a pendolo.

Il nonno, dopo la sua morte, rivelerà al nipote in un biglietto infilato proprio tra le pagine del famigerato libro, letto soltanto in età matura: “Sperando che tu riesca a comprendere il mio gesto, così coraggioso eppure così debole, ti ricordo che la salvezza sarà sempre nascosta tra le pagine dei libri, starà a te scegliere da quale penna farti condurre.” Con la lettera d'addio al nipote di un nonno morto sulle orme di Hemingway, finisce così il primo racconto che ha il sapore e il ritmo di un romanzo breve. Bravo Angelino.

CORDE È il secondo racconto, che sembra esordire con la narrazione di un suicidio. Tutti gli elementi della scena lo fanno pensare: la descrizione di un volto giovane precocemente invecchiato e mesto, l'opacità delle iridi, lo sguardo che sale al soffitto in legno che presenta una trave grossa distanziata dal culmine mezzo metro. Si direbbe che qualcuno stia prendendo le misure. Poi, il rovesciamento, abile tecnica letteraria per disorientare il lettore: quel mesto protagonista sta sì salutando gli amici e affidando il cane alla ex, ma si dice indirizzato verso il roseo futuro di un cantante agli esordi. Invece. La faccenda si risolve in poco più di venticinque pagine.

DUE VECCHI AMICI Il terzo racconto mina un po' il mio entusiasmo: se nel primo avevo notato un paio di errori nell'attribuzione di articoli determinativi (subito sviata dall'equivocità della frase che non ne permetteva la scelta), in questo c'è un GLI (articolo) al posto di un LI (pronome). Ve lo lascio trovare. “Non pensavo che l'amicizia potesse perdurare così a lungo, non pensavo che potesse ressitere tanti anni al silenzio e a quell'indifferenza.”

IL GERMOGLIO DI UN AMORE “Chi non è mai stato innamorato, li avrebbe presi per due incoscienti.” Li e non GLI, qui è tutto perfetto. Comincio a credere che, quella di prima, sia stata la distrazione del correttore di bozze.

IL NUMERO CHE VOLEVA ESSERE UNA LETTERA Come convincere uno ZERO che voleva essere una O: “Accettarci. Penso che tutto sarebbe più bello se solo accettassimo i nostri limiti. E non sto parlando di matematica.” Bella metafora ironica del nostro vivere umano, gradevole tecnica narrativa, anche se non eccelsa: bravo Angelino

LA SOLITUDINE DI UN VECCHIO BASTARDO, LO SCRITTORE, PECCATO E MORTE, SULLA SPIAGGIA, (dove continuano a susseguirsi le indecisioni tra LI e GLI: allora la responsabilità è dell'autore, ma anche della disattenzione dell'Editor), TI AMO ANCHE SE NON SO COS'È L'AMORE sono in sequenza gli ultimi brevi racconti da cui si desume soltanto l'estrema sensibilità dell'autore, niente più. Diciamo che, come accaduto altre volte, se l'editore o il direttore di collana avesse potuto decidere l'ordine dei racconti all'interno del libro stesso, lasciando per ultimo quello che invece è stato proposto per primo, al lettore sarebbe rimasto in bocca il sapore della soddisfazione. Così, invece, gli resta solo il gusto d'incompletezz, come mi accadde per BORIS LO STRANO CASO DEL MAIALE GIALLO https://leggolibrifacciocose.blogspot.it/2017/11/boris-e-lo-strano-caso-del-maiale-giallo.html. Suggerirei, anzi, di pubblicare solo IL MIO MIGLIORE AMICO che ha il tenore di un romanzo in sé.

Consueta annotazione mia sulla copertina, che, come già si sa, ritengo venda l'opera in sé: efficace e sintetica, Un'altra stellina meritata su GoodReads. Sarebbero state cinque, se solo l'Editor avesse corretto gli errori.

Consigliato agli indagatori di grandi sentimenti (come l'amore per i nonni), a sentimentali dunque dal cuore tenero per scoprire che non esiste solo l'amore di coppia.

sabato 13 gennaio 2018

LA PASSIONE DI ORNELLA

... mentre lei fissava allo specchio il proprio volto dove lacrime di inatteso piacere avevano disegnato sul trucco vistose discromie.” Questa la chiusura del primo capitolo che mi ha subito coinvolta per intensità passionale, inoltre l'estrema proprietà lessicale, direi persino da filologa, mi esalta, perché imparo cose nuove, come dovrebbe accadere con la migliore letteratura.

Conosco l'autrice online, Nina Vanigli, grazie alla casa editrice EROSCULTURA di Daniele Aiolfi, amicizia comune, per le cui opere erotiche scrivo recensioni (CORDE di Sibilla Orifiammi, STUPIDE SCOMMESSE di Delia Deliu, e l'eccelso, imbattibile CLITORIDE CATARO di Leda Gheriglio). La Vanigli è una splendida donna dall'età indefinibile, che va oltre lo stereotipo della bella e oca. Entrambe filosofe, entriamo subito in sintonia, ma le prevengo di non rivelarmi nulla su ciò che scrive, com'è mia consuetudine quando recensisco. Suppongo abbia scelto argutamente di pubblicare sotto pseudonimo per due motivi:  siamo in Italia (leggi Vaticano), ha subìto come Ornella (attenzione: queste sono mere ipotesi mie). Di sé dichiara di essere cresciuta leggendo Anaïs Nin, Erica Jong, Harold Robbins e il Marchese de Sade e tanto mi basta per capirne la statura letteraria, oltre al fatto che dichiara di svolgere la professione di Editor.

Questo primo libro mi arriva via e-mail ieri, mi riprometto di leggerne solo un paio di pagine, tanto per capire com'è, avendone molti altri in lista d'attesa da recensire. Invece, in meno di un'ora lo finisco. Mi ha trascinata, letteralmente, forse perché da una decina d'anni mi occupo di donne maltrattate dai partner e questa PASSIONE DI ORNELLA altro non è che subire passivamente e costantemente le angherie del suo bellissimo uomo, che la usa, la maltratta, la vende agli amici, per i quali lei è mero buco da riempire con pochi spicci. Contrariamente alla buona letteratura. nessun personaggio evolve, tanto meno Ornella che cerca la salvezza, ma poi torna dall'angelo/diavolo biondo invidiata da tutte, ma solo perché inconsapevoli.

Era rimasta risucchiata in una spirale che le aveva anestetizzato l'arbitrio”Quante volte mi sono chiesta come sia possibile per una donna stare assieme ad un violento: l'autrice non solo ne fa un preciso ritratto, ma ne spiega le motivazioni, almeno quelle carnali.
Erano le volte in cui era stata particolarmente arrendevole e lui faceva l'amore con il cuore nel cazzo.” Pia illusione di tutte le donne innamorate di un maltrattante: gli uomini picchiatori non hanno il cuore nel cazzo. Non hanno cuore proprio, neppure empatia. Sono alessitimici.

Era come un contenitore, Ornella, che tutti quegli uomini riempivano di sperma e di fatica di vivere” Senza fiato, mi lascia senza fiato.
Alla fine del terzo capitolo cotanta violenza sul consunto “Tappeto di carne” di Ornella mi dà il voltastomaco, mi chiedo come sia possibile così poca dignità in un essere umano. Eppure. In un soffio lo leggo tutto, travolta dall'abiezione, ma anche dalla superba tecnica letteraria dell'autrice a cui va il mio applauso. Cinque meritatissime stelle su GoodReads, anche per la scelta fotografica della copertina, ma l'autrice e l'editore si ricordino di aggiornare meglio l'edizione da me proposta.

Un amore tossico come quello di Ornella è un amore senza scopo, senza progettualità, o, meglio, la cui unica progettualità riguarda le angherie in cui perdere dignità, in cui perdersi, annientarsi. Un amore come quello di Ornella (e come quello di tante donne che ho avuto il privilegio di conoscere nelle loro tremende storie di vita e di cui ho accennato in CORPI RIBELLI), suppone, anzi, spera che avere un uomo al proprio fianco significhi essere portata all'ascesi, alla salvezza da questa vita, normalmente fatta di gioie ma anche di sofferenza. Non c'è errore più grande. All'Ornella del romanzo e a tutte le Ornelle del mondo dico: andate sulle vostre gambe, senza uomini stampella. Verrà il momento in cui, voi/noi solide sulle proprie basi, ci ritroveremo un partner vero e amorevole al nostro fianco quando meno ce l'aspetteremo, che corre con noi incontro alla vita in tutte le sue sfumature.

Consigliato a chi ama il genere erotico perché vi troverà l'eccellenza, a chi sta vivendo un amore letale, uomo o donna che sia, per imparare a riconoscerlo, a chi desidera buona letteratura ma abbia in parallelo uno stomaco forte.


venerdì 12 gennaio 2018

LA RIBELLE

A tutti coloro che stanno versando sangue trasparente” già dice tutto sulle persone affette da una particolare sindrome psichiatrica.

Come sempre quando mi accingo a leggere qualcosa, non voglio sapere nulla in anticipo. Anche questo è il caso de LA RIBELLE, che, di primo acchito, immagino sia la storia di un'adolescente dai capelli rossi e ricciuti, contro tutto e tutti, come nei miglior stereotipi letterari quando si parla l'argomento della ribellione. Invece no, Carlo Filippo Borrello tratta una tra le più profonde ribellioni che si possano attuare nel vivere: quella contro se stessi, fino a morirne. A lettura ultimata, si ha come l'impressione che il protagonista Leonardo sia Carlo, ma ovviamente nulla lo lascia credere. Vero è, però, che quando un autore scrive, lo fa per un'urgenza: raccontarsi allo scopo guarire, perché la scrittura è terapia. Azzardo un'ipotesi che potrebbe anche rivelarsi errata: non a caso il Borrello ha scelto uno pseudonimo, Leonardo Guerriero, per scrivere questo libro, forse per prenderne le giuste distanze.

I capitoli si susseguono l'un l'altro intitolandosi alternativamente con il nome del o della protagonista (tranne in un caso: a due terzi del romanzo, un nuovo capitolo, il XXV dal titolo: ELISABETTA che perde un bimbo assieme alla perdita della fiducia nel proprio partner. Sarà perché ho ricevuto una versione definita dal Borrello stesso : “No editing”, ma onestamente non riesco ad inserire nel significato della storia.)

Nel Capitolo I LEONARDO si assiste a quello che sembra un incipit come altri, anche di una storia d'amore come altre, tuttavia è solo l'apparenza. C'è infatti una lei probematica. L'autore Carlo Filippo Borrello non ci concede di sapere quale sia il problema.
Al Capitolo II la curiosità viene soddisfatta. L'elemento femminile della coppia, Francesca, è vittima di un disturbo della personalità che la porta a desiderare e a infliggersi pratiche autolesionistiche fino al suicidio. Fino al capitolo V è la voce di Leonardo che parla, raccontando del preavviso da parte di un'amica psicologa di quanto i legami con questo genere di persone siano tossici. Poi dal VI tocca a Francesca che per svariati capitoli racconta della scoperta del suo “Disturbo della personalità Borderline a sfondo bipolare con tendenze autolesionistiche. Plurimi tentativi di omicidio.” Qundi, la narrazione del Minias, un farmaco che, pur di controllare questo disturbo, dà dipendenza. Fino al XII dove la palla passa ancora a Leonardo, ormai così coinvolto da farne ricerche per trovare eventuali conferme che se ne possa uscire. Leonardo si dibatte tra l'animo del crocerossino, da una parte, e dall'altra la consapevolezza della pericolosità di tali “iperboli emotive”, anche per se stesso, in quanto trova difficile controllare la voglia di rispondere con la violenza alle di lei aggressioni. Molto umanamente arriva a chiedersi “Poi, in fondo, chi ero io per giudicarti? Chi sono io per stabilire chi sia normale e chi no? Ma di quale normalità parliamo? L'essere umano ha un rapporto assai fallace con la parola “normale”, un concetto talmente astratto da dubitarne l'esistenza.” Son pensieri che fa chiunque se alle prese con persone delle quali si sta innamorando.

Leonardo propone a Francesca di affidare a carta e penna le sue sensazioni e i suoi pensieri, convinto, come me, dell'efficacia terapeutica della scrittura. Francesca accetta di buon grado e riempie le pagine di ricordi rivelatori: ritorna alla sua infanzia, a quando a cinque anni volle poter dichiarare PROPRIETA' PRIVATA un vecchio albero reperito durante una delle sue improvvide passeggiate solitarie nei boschi. La madre glielo vietò, castrando per la prima volta il suo desiderio di crescita. L'enuresi in classe per la paura di affrontare un esame, le scenate tra mamma e papà, vissute con annichilente senso di colpa, l'imbarazzo davanti all'amante del padre, una volta inviata dalla madre assieme al fratello a casa sua, la rivelazione per Francesca da parte della madre stessa di essere frutto di un concepimento non voluto, il pestaggio a sangue da parte del padre a dodici mesi di vita con la madre indifferente che, senza bloccare il marito, alla figlia oggi si giustifica dicendo: “altri tempi, altri tempi...”, un matrimonio fallimentare con suocera castrante (ancora!) e marito mammone,“Tu sei un debito a vita, Francesca” da parte della madre al momento della separazione di Francesca, imputandole così una nuova colpa, fino ad arrivare a scrivere in quella sorta di diario doloroso l'ammissione di totale colpevolezza: “Non ero riuscita a salvarlo - (l'albero da tutelare perché tagliato via, non avendo potuto mettere il cartello PROPRIETA' PRIVATA) -, non ero riuscita a difendere il mio matrimonio, non riuscivo a difendermi da me stessa.”
Nessuno sarebbe sopravvissuto a tale massacro materno. Eppure.

Epilogo
Francesca tu non sei nata borderline, tu sei stata maltrattata e abbandonata oltre ogni limite umano, soprattutto da tua madre (…) Con le tue forze effimere hai tentato di ribellarti, ma l'unica forma di ribellione della quale hai potuto è stata quella di tentare di rivolgere l'arma verso te stessa.” conclude l'autore, come avviando un confronto tra coloro che convivono con il disturbo e chi invece manco sa cosa sia.

In chiusura, qualche pagina di testimonianze dirette da parte di persone affette dal disturbo, iscritte in un gruppo di auto-mutuo-aiuto su Facebook: un superconcentrato di umanissimi drammi affidati a poche righe, pur non rivelandoci mai il diretto coinvolgimento dello scrittore, del quale però si sente quanto abbia scritto di pancia.

Consigliato a genitori di figli malati, a persone con la sindrome da Disturbo della personalità Borderline e a chi sta loro vicino, che vivono così la loro geenna personale, a chi più in generale sia costretto a convivere con disabili fisici e psichici, perché un incoraggiamento empatico vale più di qualsiasi farmaco.

giovedì 11 gennaio 2018

BUONASERA (SIGNORINA)

È curioso come certi stereotipi riescano a determinare subito il climax di un romanzo. Fred Buscaglione regala il titolo a Davide Pappalardo, a sottointendere un determinato ambiente di gangster, almeno in Italia. Anzi, gangster bollito, Anzi, duramente. Anzi, hard boiled, che non sapevo cosa significasse fino a questo romanzo. So benissimo che non è la traduzione, ma consentitemi di essere un pelo ironica, almeno da introdurne dignitosamente l'autore, Davide Pappalardo, che infatti ne fa ampio utilizzo.


Se sin dalle prime righe si capisce il genere di un romanzo, significa che l'autore è uno di quelli bravi, che non indugia, che va dritto al suo obiettivo, che sa usare in modo corretto la lingua italiana nelle sue molteplici sfumature, in questo caso gialle a tinte fosche (e luride e puteolenti) nei palazzi della Milano bene 1970, dove avviene un omicidio tra personaggi non del tutto specchiati, tra wiskhy di contrabbando, gestione di belle donnine, spaccio di prime sostanze stupefacenti. L'autore ci introduce Libero Russo, una “merda umana” per usare il linguaggio a lui caro, dedita all'esercizio abusivo della professione, ovvero investigatore privato con una vita piena di ex: moglie, colleghi di polizia, amici e fratelli, in quello che oggi è in realtà uno dei quartieri più gettonati di Milano: l'Isola. Io avrei scelto corso Garibaldi, dove una nota casa d'angolo ospitava uno dei casini più frequentati, gestiti da mala d'epoca.

Mi avevano lasciato addosso una sensazione da domenica pomeriggio, quando la pioggia e la foschia sono dentro di te e ti accorgi che è tutto così futile e che ogni parte del tuo essere è infetta.”
La N blu delle Nazionali senza filtro: “Una nuvola grigia emerse dalle sue narici e anche il baccalà già cucinato ci restò secco.”
Il nominare del Bar dei Fratelli Basso in zona via Plinio mi fa rimescolare qualcosa: sono ancora innamorata del mè Milan, l'unico vero amore che abbia mai tradito in vita mia. Lui, l'hard boiled Libero Russo protagonista siciliano, e l'ex collega Marione Marella, pugliese, sono noti come “Le due Sicilie” in via Fatebenefratelli (i milanesi sanno bene cosa si trovi in quella via: la questura). “... pensai che figata poteva essere un hotel chiamato Guglielmo Hotel.” Esiste, caro il mio Pappalardo e si trova in provincia di Bergamo.

Un campionario infinito di scuse e pretesti autoindulgenti, come: “Di fatto tutto l'anticipo per i vecchietti e anche il supplemento che mi avevano dato a Natale erano finiti in alcolici. Meglio così che sperperare il denaro in futilità, no? E poi erano tutte spese per strumenti di lavoro. Per esempio, il cognac mi serviva per immergermi in un'atmosfera più francese. Da quando questi marsigliesi erano arrivati in Italia, erano stati solo guai...”, “Ogni cosa che facevo o toccavo, diventava fango. Ero il re Mida della merda.”, “Il fallimento arriva da solo. Sono i successi che devono essere illustrati, in pompa magna, per beccarsi applausi e complimenti. Per le cadute basta restare fermi.” sono solo alcuni esempi di disitima autocompiaciuta del bollito protagonista.

Il Pappalardo fa citare a Libero Russo, questo irregolare investigatore privato, Scerbanenco, ovvero Volodymyr-Džordžo Ščerbanenko, scrittore e giornalista italiano di origine ucraina, forse per conferire più verosimiglianza al suo inverosimile personaggio, che dell'autore culto afferma: “Non sembrava male.” Non sembrava male? Scerbanenco è forse il massimo autori di Noir italiani.

Ogni tanto gracchiavo “suonala ancora Sam” nemmeno fossimo in Casablanca.”

Hitchcock e LA FINESTRA SUL CORTILE del 1954. UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO del 1951, altra citazione teatral cinematografica.

Mi sembrava di essere in quel vecchio film di Kubrik. Come diavolo si chiamava? (…) Rapina a mano armata.” Che è del 1956. Dato che il romanzo è ambientato alla fine degli anni sessanta, qui mi scatta la curiosità di controllare la veridicità delle date, da vera cinefila qual sono. Non la si fa al Pappalardo.

Due guardiani in camice bianco mi accompagnarono all'uscita con carezze e pacche sulle spalle, magari un po' troppo vigorose. Furono così educati e attenti che mi ritrovai accanto al cassonetto dell'immondizia, forse sin troppo vicino a bucce di banana, pannoloni, carta sporca, resti di cibo avariato, dove dovevo giustappunto buttare delle cartacce.”

Il finale è piuttosto sorprendente, tra colpi di scena affidati agli ex colleghi e malinconia per un amore passato, affidato invece al loop di Buonasera (Signorina) del già citato Fred Buscaglione.

Ps. Per essere seri, non bisogna mai prendersi troppo sul serio.
Avevo già colto con piacere l'ironia di cui è disseminato il romanzo, ma l'affermazione del Pappalardo a chiosa dei ringraziamenti (che lui stesso definisce semiseri) mi conferma che gli scritti da me più amati devono contenerne un alto tasso, come è accaduto per David Foster Wallace e il suo VERSO OCCIDENTE L'IMPERO DIRIGE IL SUO CORSO, per la silloge poetica di Patrizia Pellegrino TANTO VALE SCRIVERE, o per Roberto Marzano in una delle sue raccolte di poesia M'ILLUMINO DI MENSOLE.
Nota sulla copertina, come sono solita fare: mi fossi dovuta lasciar guidare da lei per l'acquisto, non l'avrei comprato. Questo ha fatto perdere una stellina a Pappalardo su GoodReads.

Consigliato ai lettori di gialli hard boiled in vena di ironia, ai non appassionati di gialli, ma di Bukowski, (perché gli appassionati di gialli vorrebbero meccanismi meglio oliati e più congegnati di quelli di Pappalardo), a coloro che ritengono l'ironia (o meglio, l'autoironia) salvatrice del mondo.

domenica 31 dicembre 2017

LA CAREZZA DEL CAVALIERE

Nelle prime sessanta pagine, il romanzo breve LA CAREZZA DEL CAVALIERE destabilizza leggermente la mia fede nella razionalità. L'autore Paolo Gambi gioca di salti temporali compresi tra il tempo delle crociate e quello contemporaneo. Nel primo, assistiamo alle nobili gesta di un ventenne ospitaliero in missione in Terra Santa, Bertrand che arriva dalla Languedoc, come nelle migliori tradizioni delle Crociate. Nel secondo, a farla da protagonista è Bertrando eccetera eccetera, dal
lunghissimo elenco di titoli e nomi condensato però in un semplice Nanà, settantottenne nobile signore a Roma, cavaliere di Malta, professo in povertà, castità e obbedienza. I due personaggi, accomunati dal nome e dal ruolo, se non fossero distanziati tra di loro da un migliaio di anni di storia, si direbbero la stessa persona. E a lettura conclusa, ne ho capito il motivo. Un applauso all'autore per essere riuscito a farci sentire quanto passato presente e futuro siano collegati in un unico continuum.

Nanà è tormentato dall'amore mai corrisposto per una duchessa romana, impedito dal suo molteplice voto, ma afferma: “L'amore è come uno specchio che ti ritorna l'immagine di ciò che sai di dover essere.” Sarà infatti proprio l'amore a condizionare le sue più recenti scelte etiche di vita, che gli costeranno un'operazione di diffamazione a suo danno, ignobile perché perpetrata dai suoi stessi confratelli. “Che ne avrebbero detto i nostri predecessori che hanno dato il sangue in Terra Santa a Rodi e a Malta? Possiamo ridurci così? Possiamo diventare una lavanderia per gli appetiti più avidi di una manica di Farisei? (…) Ma che ne è, Fra Bertrando, dello spirito cristiano?” medita l'autore, mettendo in bocca ad un venerabile fratello queste osservazioni che potrebbero in realtà appartenere a chiunque abbia avuto a che fare con la chiesa. La mia intuizione, avendo affrontato la lettura delle note bio dell'autore a libro finito, risulta confermata: il Gambi si è spesso rapportato a istituzioni cattoliche. Infatti, con un dottorato in diritto canonico ed ecclesiastico, è stato assistente alla facoltà di Giurisprudenza di Bologna e ottiene per due anni la cattedra a contratto in Teorie e Tecniche di Comunicazione presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose “Sant'Apollinare”. Tanto mi basta per capire la sua velata critica alla chiesa cattolica.

Cresciuto in Romagna, dove si laurea, sceglie giornalismo e finisce al Financial Times di Londra, quindi contributing editor del Catholic Herald. Tornato in Italia, si divide fra stampa locale e quella nazionale, curando rubriche per riviste che non voglio nominare per evitare pubblicità a entità già famose per il pettegolezzo, e lavorando per media cartacei e televisivi locali, vince il Premio Guidarello per il giornalismo d’autore nel 2012 e il premio “Rimini Europa” nel 2016: il suo curriculum mi conferma il sospetto che avesse cognizione di causa quando, attraverso le parole dei suoi protagonisti e riferendosi a giornalismo e Social, il Gambi affermava che oggi:“la verità è semplicemente quella che viene raccontata”. Il nostro Bertrando/Nanà odierno, sapendo che omnia munda mundis, opera in modo tale che l'azione diffamatoria nei suoi confronti non solo si fermi ma si trasformi in qualcosa di meritevole. Allo scopo di rendere ancor più meritoria l'azione di Nanà, il Gambi ci ricorda che, dalla nascita della Repubblica a tutto il XX secolo, nella storia del giornalismo italiano, soltanto un giornalista subì condanna per aver scritto diffamazioni su personaggi in vista: trattasi del Guareschi, primo e unico giornalista italiano a scontare interamente una pena detentiva in carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa (fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Giovannino_Guareschi). Il mai dimenticato autore di Don Camillo e Peppone, pur avendo raggiunto notorietà internazionale, non venne risparmiato. Eppure, in quanto direttore di un giornale satirico come CANDIDO dal candore intellettualmente onesto, dichiarava palesemente: «Qualcuno si ostinerà a voler trovare che Candido ha vaghe tendenze destrorse, il che non è vero per niente in quanto Candido è di destra nel modo più deciso e inequivocabile.»

“E quando finalmente fu davanti alla pietra, a quella pietra su cui il corpo di Gesù era passato dalla morte alla vita, sentì il cuore battere particolarmente forte. Lo sentì come connesso con i misteri che regolano gli astri e le stelle, la vita e la morte, il visibile e l'invisibile. Capì che quello che aveva fatto risrogere Gesù era l'Amore, lo stesso mistero che ora lo legava ad Halima.” Qui, la svolta per il protagonista ospitaliero medievale, che non vi posso anticipare.

Uno dei vincitori di Lucca Comics e Comicon, nonché disegnatore di copertine per autori che suppongo di alto calibro, pur non avendone mai letto nulla (diversamente il Gambi non li avrebbe nominati nella suo bio bibliografia), Fabio Visintin ha disegnato la copertina, a ulteriore conferma di ciò che da sempre sostengo: una buona copertina fa vendere bene il libro, quando lo propone all'occhio del potenziale lettore.

Svelandoci infine l'araldico segreto del casato “E finalmente Nanà seppe cosa ci stava a fare nello stemma della sua famiglia quella benedetta tortora”, l'autore conclude in modo azzeccato questo breve romanzo, redatto con linguaggio diretto e schietto in sorta di reportage anche quando descrive l'amore carnale: “Sperimentarono, in quell'interstizio tra realtà e sogno, un piacere che partiva dall'incontro più superficiale della pelle, ma finiva per esplodere nelle profondità più intime dei loro corpi, delle loro coscienze e delle loro anime. (…) Per un istante capì cosa significa essere toccati da Dio.”.


Consigliato agli appassionati di araldica, di antichi cavalieri e delle nobiltà del cavalierato, agli oppositori dell'ecclesia in stile IOR, ai convinti che “L'Amore può tutto”, almeno così sostiene l'autore. E io con lui.

sabato 23 dicembre 2017

RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI

Una preziosa raccolta di racconti che si potrebbero definire “maledetti”, se fossimo ancora a fine ottocento, ma con personaggi contemporanei immersi in un futuro molto prossimo a noi, spesso ispirati a cult cinematografici, da IL GLADIATORE, a BLADE RUNNER, a MAD MAX, a TRAINSPOTTING, a THE TRUMAN SHOW.

AGENTI DI COMMERCIO: Il Tevini, parlandoci di “vendita coatta” ci dipinge uno scenario tregendesco di nuove modalità di essere agente di commercio, in stile Gladiatore, mors tua, vita mea. “... provvigione e vacanza sono a un solo cranio sfondato di distanza.”

In FINE APERICENA MAI, ci descrive che fine faremmo in un futuro non tanto lontano se venissimo sorpresi a sollazzarci in un' “adunata sediziosa e somministrazione di intrattenimento non conforme”, quello che oggi si definirebbe ad esempio un normale rave, ovvero subiremmo “una settimana di show di rieducazione”.

In TALENT SHOW, la spaventosa quanto verosimile realtà di uno spettacolo il cui titolo Il Boss del Quartiere, il talent show per veri predatori, riflette solo leggermente ciò che invece pesantemente accade.

PANE E CAMPIONATO: è la descrizione di come avverranno le partite di calcio del futuro post-Grande Crisi, le squadre classiche però sostenute da nemmeno poi tanto surrettizie armi: stampelle con filo spinato, rozze spade artigianali, bottiglie molotov e fasci di giavellotti sono solo alcuni degli esempi, ispirati al cult Mad Max.
Lo speaker è addetto a contare non il numero dei goal, ma dei morti.

SOFFERENTE A DOMICILIO ci racconta di come un empatico estremo assorba sensazioni/emozioni negative, facendone il suo ben pagato lavoro. Qui ho la prova certa della genialità nell'inventiva del Tevini, malefica, ma pur sempre geniale.

In LIVESTOCK ci spiega come finisce una coppia di litiganti, ma solo all'ultimo istante lo capiamo, tra scrocchi esplosivi, rumori d'ossa rotte e sangue colato di un macello. Altro non dico per non spoilerare.

SEME è la storia del futuro dell'umanità, quando un virus sfuggito al controllo dei Governi mondiali decima la popolazione.

Del VIGILE DI QUARTIERE, riporto solo una frase del Tevini: “Il corpo lo cuciniamo stasera.”

UNA BIMBA TRANQUILLA ci allude alla tortura della bimba stessa.

LE STRAGI DEL SABATO SERA altro finale imprevedibile.

AMORE AGGRESSIVO: se stessimo guardando Blade Runner, vedremmo in questo racconto un modello di lavoro in pelle combattente denominato Mamy, con tutte le caratteristiche più aggressive di una mamma che protegge il suo piccolo. Nonostante il mio risaputo impegno dalla parte delle donne, la mia onestà intellettuale mi induce a sostenere: le donne sono superiori agli uomini anche nella violenza.

BARTALI (OVVERO IL GRANDE CASINO 1948) ci riporta come prologo una canzone di Paolo Conte, BARTALI per l'appunto, ma virata come se in Italia avesse vinto il comunismo al termine della rivoluzione di un certo 14 luglio, simbolicamente rappresentata da un muro con determinate caratteristiche che il partito vorrebbe abbattere, ma non gli riesce.

DOMANI SMETTO “...così centinaia, poi migliaia, poi milioni di persone con le palle piene hanno smesso di soffrire, di desiderare e, soprattutto, di produrre e consumare.” A volte, mi sono chiesta pure io se tutti facessimo così, cosa succederebbe. Il Tevini ce ne dà la risposta.

MACELLERIA “lo show dove vincono solo i peggiori.” E non dico altro.

NON NEL MIO GIARDINO è un gioco al bersaglio razzista a conta di LIKE.

EFFETTO CITOFONO racconto che, pur ispirandosi alla modalità di fuga già vista in Matrix, pone le basi per un ottimo romanzo di fantasy/scienza.

QUANTO CI PIACE L'UOMO NERO, LA DEFERENZA INGANNA, FAMIGLIA NUCLEARE, IL BELLUM DELLA DIRETTA, sono tutti racconti dove tornano puntuali gli stessi elementi che abbiamo ormai imparato a riconoscere come poetica caratteristica del Tevini: la meccanica descrizione di gestulità quotidiana (ad esempio nell'uso della macchinetta del caffè) fa da contrappunto a tutto il resto, che quotidiano non è, anzi. Non solo appartiene al futuro, ma anche esplicita una quotidianità terribile, fatta di violenza splatter, giochi sporchi, politically scorret, nella migliore concertazione adolescenziale.

In CAVALLETTE CARIOCA reperisco le migliori trovate metaforiche del Tevini, come “la vibrazione mi fa quasi ingoiare i denti” o descrittive “Il governo svende in blocco il Brasile senza fissa dimora come laboratorio a cielo aperto al miglior offerente per la sperimentazione di tutti quei prodotti sulla cui commerciabilità non si sia ancora certi, principalmente per ragioni di sicurezza.” Leggere cosa succede ai brasiliani fa rimanere divertiti ma anche scioccati.

MORIRE, TUTTI, UN GIORNO PER VOLTA: a proposito di trovate metaforiche, meritano la citazione: “... come se l'aria stessa fosse gelatina e il ronzio sommesso dell'impianto elettrico la facesse tremolare.”  ... diluendo con qualche goccia della dolcezza qui rimasta l'impasto compatto della sofferenza grigio cemento.”

ONE MAN REALITY SHOW, ispirata a The Truman Show. è la feroce critica contro l'obesità imperante, racconto finale da STANDING OVULATION. Bravo il Tevini ad averlo lasciato per ultimo.

Scopro solo dopo aver scritto la recensione, cercando la copertina, quanto io abbia azzeccato nel pensare al Tevini come a uno scrittore che ha cari i riferimenti televisivi e cinematografici. In generale, il libro stupisce per l'inventiva dissacrante e senza speranza, per i finali sorpresa, per la dialettica dei dialoghi (e, scritto da un'ex dialoghista cinematografica, è un apprezzamento sincero). Unica critica al Tevini: in fondo, i protagonisti hanno tutti le stesse dotazioni caratteriali, tagliati con l'accetta nel dominio del pessimismo, non cosmico alla Leopardi, ma reattivo alla Trainspotting.

Consigliato a chi ami la fantascienza o il fantasy, che nel Tevini si coniugano alla perfezione, ai malati di pessimismo, a chi volesse conferma dell'avvento di un futuro da tregenda, dalle cui pastoie non si può sfuggire, ma nello stesso tempo, a chi voglia divertirsi.

martedì 19 dicembre 2017

LE MOLECOLE AFFETTUOSE DEL LECCA LECCA

Il lecca lecca contiene molecole affettuose.
Nulla si può opporre al loro abbraccio.
Cit. Robert L. Wolk, Al suo barbiere Einstein la raccontava così.

Nello scegliere le opere da recensire, tra le decine speditemi ogni settimana, fino a oggi seguivo scrupolosamente l'ordine cronologico di arrivo per non fare torto a nessuno. Per non fare torto, invece, alla vita che è impermanenza, da oggi cambio. Darò un ordine di lettura seguendo la piacevolezza: del titolo, della copertina, delle caratteristiche somatiche dell'autore o dell'autrice. (ahi, il Lombroso), ma sempre nel rispetto di quelle poche regolette deontologiche che mi sono auto-imposte, ovvero: Pennac e l'autodeterminazione del lettore, non conoscere nulla né della vita né delle opere dell'autore, obiettività e distacco.

Oggi mi faccio scegliere dal titolo: LE MOLECOLE AFFETTUOSE DEL LECCA LECCA di Francesco Consiglio, sembra promettere bene, per le allusioni scientifico fanciullesche sessuali nemmeno tanto implicite. Promessa mantenuta fin dal primo spudorato istante: il romanzo, strutturato su tanti capitoletti che fanno avanti-indietro nel tempo secondo un comprovato stile moviola, inizia con [allora, sedici anni (pugni in testa)], in forma di flash di una paginetta che getta luce sui problemi psicologici della propria ragazza, certa Spinetta, risolvibili solo con mezz'ora di cunnilinguis. Unica condizione: ricevere per l'appunto pugni in testa, fino a trasformare il piacere in pena.

Tra collezioni di peli pubici, irrumazione (che nemmeno io, esperta di letteratura erotica, sapevo cosa fosse, grazie Consiglio) e altre amenità, come massime o considerazioni di filosofia varia che qui riporto:
... nulla è più illusorio di un orgasmo. Ci si crede re del mondo, una manciata di secondi, poi si torna uomini e ominicchi, conta nuovamente ciò che non siamo, ciò che non abbiamo saputo realizzare.”

... i cinquant'anni sono la linea di confine tra gioia di vivere e paura di morire, sono l'inizio di un tempo in cui non si ha più la possibilità di commettere errori senza doverli scontare.”

... che alla messa ci va gente che si squaglia l'ostia in bocca e appena uscita è pronta a uccidersi per un parcheggio...”

In questo mondo, se non hai il cazzo, lo prendi nel culo.” (ma io mi sento di osservare, avendo amici omo, che non è detto), posologie di assunzione di SUPERTITTI nonché di medicinali farlocchi per curare una presunta sindrome di Asperger, il Consiglio ci trascina nel turlupinante soliloquio con il protagonista e altre sue personalità, fino a scoprire che. Punto. Non vado oltre per non fare spoiler, trattandosi di un giallo.

Restano perle di rilevante creatività, ad esempio: il testo di “Ancora, ancora”, (canzone anni '80 che tutti ricordano ma il cui interprete nessuno ricorda), viene fatto cantare da Consiglio al suo alter ego, dialetticamente con un poliziotto. Un incredibilmente molto diffuso campionario di frasi fatte e di luoghi comuni nel battibecco da coppia straconsunta tra il protagonista e la sua Miou. Il cinema con Quentin Tarantino e la Nouvelle Vague a farla da padrone.I caratteri in senso cinematografico delle donne del protagonista, Miou Pompidou. Silvia, Mariangela, Titti, Spinetta. E ancora Miou Pompidou. Gli stereotipi dei film porno cui sono intitolati capitoletti con parafrasi di film di cassetta virati apposta alla pornografia. Un improbabile profumo da clochard, Eau de Tevere pour sans-abri.

Perla rossa. Tesoro del paradiso. Tempio di Venere. Arco di trionfo. Pantheona. Porta del piacere. Sono dei modi un po' complimentosi per descrivere la fica di Spinetta, addolcire Spinetta , convincere Spinetta a tenermi lì da lei tutta la vita.”

E poi la Gestalt, non tanto all'improvviso:
Allora ho capito tutto, d'improvviso, ma proprio tutto tutto, e non c'è bisogno che ve lo spieghi, visto che ero il solo a non aver capito.”

Per infine concludere con una buona dose di filosofia di vita, ma pronunciata da uno fuori di testa:
«... dopo essermi svegliato, ho pensato che la vita, la mia vita, meglio di qualsiasi altra, era l'esempio che tutto ciò che accade è privo di fondamento e di sostanza.”
Soltanto in ultimo scopro la piacevolezza della copertina che l'autore non mi aveva inviato: grazie a lei, l'avrei comprato. Noto con piacere che la casa editrice è la stessa de LA BAMBINA CELESTE di Francesco Borrasso, da me molto gradito. Ne traggo la conclusione che AD EST DELL'EQUATORE si trovino editori coraggiosi che vanno premiati.

Consigliato a nichilisti e a individui con comportamenti dal tratto autistico, perché ci si ritroveranno, a giallisti consumati, a buongustai della sessualità vanilla.