martedì 17 ottobre 2017

I GIORNI DELL'ALTA MAREA

Ricevo dall'ottimo Alvaro Zerboni che conosco come direttore della collana erotica di ATE e che ho già favorevolmente recensito, a lungo al comando di nota rivista erotica internazionale, questo romanzo breve che lui stesso definisce appartenente al genere giallo. A prescindere che dopo CALDO AMARO di Sara Ferri ogni giallo mi viene a noia, quello di Zerboni non vi si sottrae, caratterizzato in peggio da un incipit rutilante e inutilmente verboso, con così tanti avverbi da inimicarsi qualsiasi produttore cinematografico. Colgo però il forte intento visivo, come se fosse un film. Incoraggio lo Zerboni, se mai volesse davvero proporlo alla cinematografia italiana, di asciugarlo in avverbi e aggettivi, perché per tutto il resto piacevolmente si avverte deciso, per usare una terminologia a me cara, ovvero quella di cinema, il “movimento di macchina.” 

Il romanzo breve non smentisce l'atteggiamento erotico dello Zerboni che, pur non addentrandosi in particolari scabrosi, fa giocare il protagonista Vittorio non tanto come l'antiquario che è, ma come un generoso playboy. La tutto sommato semplice vicenda si svolge tra le via Margutta, via del Babuino, Piazza del Popolo e il suoi locali, da Rosati al Casina Valadier di Monte Mario di Roma, fino in Svizzera nella Ginevra antiquaria e da qui alla Londra di un collezionista cinese, passando per una crociera privata nel golfo dell'Argentario (che diventa pretesto dello Zerboni per mostrarci meraviglie non solo paesaggistiche), ad inseguire una rara opera giovanile di Antonello da Messina accompagnandosi ad organizzazioni di criminalità organizzata.

Se l'eccellente copia di un dipinto riesce a dare le stesse emozioni del suo originale, non vedo dove sta l'imbroglio!” Zerboni mette in bocca al suo personaggio Marcello Silvestri detto “Sòla”, quotato creatore di “falsi originali” una “teatrale concione” contro la contemporanea società, fatta “di ricattatori, di corruttori, di sfruttatori, di canaglie, di prepotenti, di trafficanti e di spacciatori di droga... ogni tanto affiora qualche scandalo che riguarda per lo più un operatore economico che con l'appoggio politico ha ottenuto appetitose commesse arricchendosi di colpo... ma poi viene messo tutto a tacere. Comunque quello che viene fuori rappresenta soltanto la modesta punta di un enorme iceberg. 'Ndrangheta, camorra e mafia controllano intere regioni e interi settori della vita pubblica, il mio lavoro in confronto è uno dei più puliti e inoffensivi. Io, in fondo, riproduco un'opera d'arte, scusate l'immodestia, alla perfezione.”

Lo scrittore mette a frutto la propria capacità descrittiva e l'amore che prova per la Città Eterna: “In quella stagione e a quell'ora l'intera città sembra sempre stemperarsi in una luce dorata che tutto avvolge, impreziosendo ogni cosa di uno struggente caldo languore. Abbagliavano al sole le rosse tonache di giovani preti canadesi che uscivano dalla chiesa di Santa Maria del Popolo; due pulmann sembrava che non smettessero mai di scaricare un brulicare di turisti accanto a una delle fontane laterali; alcuni ragazzi si baciavano sugli scalini alla base dell'obelisco centrale; le carrozzelle erano in attesa di clienti. Completava la scena un venditore ambulante di palloncini che cercava di guadagnarsi la giornata avvicinandosi, come per caso, con il suo variopinto e invitante carico, ai bambini accompagnati.”
scadendo però qua e là in errori da basso Editor: “... volevo dimostrare in qualche modo la mia riconoscenza a Marina Stern, con un pasto degno di … cher Maxim.” Casomani, sarà chez Maxim. Tuttavia riesce a parlarci di tematiche a lui care: la storia di Roma Antica, l'arte del Quattrocento, la bellezza delle donne.

Finale frettoloso, consolatorio (due difetti in uno) parzialmente compensato dal fatto che, almeno, è aperto.


Consigliato a lettori non troppo pretenziosi in fatto di gialli, ad amanti della storia di Roma, a collezionisti d'arte quattrocentesca.

giovedì 12 ottobre 2017

LA FIGLIA DEL PARTIGIANO O'CONNOR

Ormai sono abituata agli incipit di Michele Marziani, (altre recensioni relative a suoi romanzi qui, qui e qui) mai eclatanti, mai sopra le righe. Ogni suo romanzo inizia in una dimensione meditativa in sordina. Direi “quasi Irlanda”, come “quasi Irlanda” è la copertina, particolare di un landscape del pittore gallese H. A. Whittle (Henry Armstrong) XIX secolo. In questo caso, nelle trentatré tonalità di verde dell'Irlanda. Dedicandolo ad un certo Christy Moore*, che scoprirò essere un cantante irlandese di ballate, Marziani ci introduce di soppiatto nella vita di un'anziana vedova, Pablita O'Connor, irlandese da parte del padre Malachy, fin dalla nascita in Italia sul Lago D'Orta che, una volta libera dall'attività** del marito (cui pensa con il rammarico delle occasioni perdute “Quante cose non si erano mia detti nella vita passata insieme.”), prende a riscoprire le proprie origini, attraverso un viaggio induttivo che la porterà sulle impronte del papà. Il nome spagnolo e un dettaglio delle prime pagine che passa quasi inosservato, costituiranno due gradevoli colpi di scena, nella classica tradizione paradigmatica della narrativa.


... il vino fa effetto: la porta con sé nel mondo dei sogni. Ed è lì che si vede attorniata da corteggiatori, tutti con i baffi, ognuno con diverse divise, chi da carabiniere, chi da benzinaio ma con le mostrine da generale dei benzinai, chi da capitano dei veleggiatori che non si sa chi siano ma lei nel sogno sa che è quello lì e poi i miliziani fascisti col fez che parlano con quelli spagnoli e tutti si chiedono chi sia questo Occone e da dove venga e subito dopo averlo chiesto gli uni agli altri vanno da lei e la baciano e lei si lascia baciare mentre papà se ne sta seduto sul ponte di una nave e cerca invano di dire O'Connor ma la voce non gli esce, allora prende fiato e più prende fiato e più gli manca il respiro e non riesce. Prova ad urlare ma l'urlo gli si soffoca in gola finché alla fine esce strozzato ma esce: “O'Connor, O'Connor!” grida così forte che Pablita si sveglia e si ritrova seduta sul letto. Sudata. Forse il vino era troppo. O troppo buono.”

È un romanzo on the road che ci accompagna nel sud Italia, a Ventotene, dove il padre fu confinato cambiando cognome, poi a Barcellona, dove durante la guerra civile spagnola l'uomo combatté al fianco delle brigate contro il regime, poi in Irlanda, dove infine Pablita si conosce e riconosce. È la prima volta della sua vita che Pablita viaggia. Parte nonostante i timori della figlia Anna, che la sconsiglia. Parte nonostante le attenzioni speciali di un amico di sempre che vorrebbe baciarla. Parte nonostante non abbia mai preso un aereo. Parte nonostante non abbia mai viaggiato in barca. A Ventotene ci arriva in aereo, che visiterà in barca a vela. A Barcellona, altro aereo. Grazie alla statua di Cristoforo Colombo sulla Rambla mediterà sull'importanza del viaggiare: “Lei guarda ammirata perché la statua mostra la grandezza del viaggio.”
In questa città conoscerà Manuel, partner di una nuova amica, che le intriga, ricambiata. Emerge la sua civetteria, la sua voglia di rimettersi in gioco. Accetta un appuntamento: “E' ormai sotto la doccia cercando di rendersi presentabile. Userà due gocce di essenza di lampone. Chisseneimporta se sta meglio alle ragazze.”

Con la figlia intrattiene rapporti via e-mail, rari solo perché desidera che non si preoccupi. Vorrebbe spiegarle di più, ma capisce che non servirebbe: “Allora si siede davanti al terminale, chiede un caffè. Per la prima volta dopo un sacco di tempo ha veramente tantissime cose da fare. Da mettere in fila. Sorride e il suo sorriso sembra una smorfia, uno sberleffo. Sente in fondo alla pancia il dolore dell'assenza di Manuel ma quel dolore non le fa più male. Sta andando a casa. Non in paese. Ma nella casa dalla quale è uscito suo padre per scrivere la propria storia.”

Nei pub irlandesi si accorge dell'universalità dell'essere umano, in qualunque angolo della Terra si trovi: “Ecco, pensa, c'è una logica da Pro Loco universale, che vale sul lago d'Orta e nel centro di Dublino. Lo pensa e immagina un grande regista di spostamento delle persone alla ricerca di una socialità sempre più fasulla.”
Da questa affermazione in poi, per il tramite dei pensieri di Pablita, Marziani ci spiega la sua ottica nei confronti dell'attuale società. “E adesso si chiede che vorrà dire tutto questo mescolarsi di mondi, di donne, di nazioni. Poi pensa che le nazioni e le nazionalità a volte vengono come le malattie e ti portano via e comunque ti cambiano la vita senza che tu lo voglia.”
In questo via vai, Pablita farà una scoperta inaspettata: “Sei la benvenuta. A una condizione: neanche una parola su Malachy O'Connor, né su tuo padre né sul mio.”
Marziani conclude il rapporto Pablita/madre e Anna/figlia con un colpo di scena e una cartolina, che recita così: “Enjoy your life. It doesn't last. C'è scritto sulla cartolina che Anna sta leggendo. È arrivata dall'Irlanda. Sullo sfondo c'è il mare.”

Consigliato ai viaggiatori di conoscenza, a chi conosce l'Irlanda per riconoscerla, a chi non la conosce ancora per imparare ad amarla, a chi sente avvicinarsi la fine di una vita inutile per viverla meglio fino all'ultima goccia. Anche se sapesse di lampone.

*Christy Moore e LA QUINTA BRIGADA

**Una ferramenta alieutica: se non ne sappiamo il significato, Marziani ci lascia liberi di cercarlo sui nostri vocabolari.

martedì 10 ottobre 2017

L'ELABORAZIONE DEL TUTTO

Questo titolo suona sinistramente, almeno secondo il comune sentire, come l'elaborazione del lutto, come se un lutto, sia esso la separazione fisica o morale da una persona cara, fosse qualcosa di irreparabile, ineluttabile, tragico. Personalmente, ho provato ad elaborare più lutti, sia di morte che di separazione fisica da un amore. Non è irreparabile: tutto si aggiusta, basta volerlo. Non è tragico: la vita con la sua impermanenza ci abitua a gestire le frustrazioni.

Forse è ineluttabile, perché la sofferenza della morte è una delle poche cui non si può porre rimedio, se non accettandola. Ebbene, le parole scelte magistralmente dall'autore Luca Bresciani sono precisamente irreparabili, ineluttabili, tragiche proprio come un lutto. Ma sono il TUTTO. Già il titolo allora è vincente.

“A chi cambia se stesso per cambiare il mondo”. Il libro esordisce con questa dedica, profondamente umana, vera e verificabile.

Una silloge di parole necessarie, stringate, bastevoli a se stesse. Questa la definizione a caldo dell'opera del Bresciani, che si conferma anche a freddo, alla seconda lettura. E poi anche alla terza. Poesie come mini poemi, nel senso della lunghezza. Un titolo con commento sottotitolato, riportante l'aforisma di personaggio famoso, forse l'unico difetto dell'opera, perché ho sempre l'impressione, come ho già avuto modo di dire nel recensire STUPIDE SCOMMESSE, che sia un'azione cara agli autori “per accrescere la propria grandezza tramite quella altrui e per confermarsi autori, pur non essendolo a pieno titolo.” A lettura e rilettura concluse, invece, il Bresciani appare autore in sé, e pure di immense dimensioni, corposo e indispensabile.

In LETTERA ALLA VITA, con una prefazione aforistica di Terziano Terzini che già è un poema straziante, l'autore di sé afferma:

Sono il ladro di me stesso.

Prima mi rapisco
e contatto il mio silenzio.

Poi mi impongo un riscatto
altrimenti mi taglio un verso.

I versi poetici come pezzi di corpo necessari alla vita, del poeta, di tutti. Chiede alla vita del titolo: “Vieni a morire da me stasera?”

E poi il colore. Come recitava un mio Maestro pittorico, “Il colore è tutto”, anche il Bresciani sembra saperlo, spennellando i suo versi di note colorate:

La nostra dimora
è una sera gialla.

Gialla come la carta
che stringe le lastre delle ossa.

Siamo la frattura del perno
della ruota del Grande Carro
che sparpaglia sul coraggio
i chiodi neri del silenzio.

Per poi tornare a meditare sulla funzione del poeta:

Forse non serve alla vita
chi è ladro di speranza
anche se usa un verso
come piede di porco.

E ancora:

Io credo allo sporco
di chi ha lavorato in se stesso
per procurarsi sui palmi
sette miliardi di tagli.

Per concludere:

E vivere senza cambiare
sarà l'unica ansia da prestazione.

Quindi, un applauso a Luca Bresciani, asciutto ed essenziale agli occhi come i suoi versi.
Consigliato a chi ha un'urgenza di vivere necessariamente, senza fronzoli, davanti all'inesorabile specchio di se stessi della verità per se stessa.

lunedì 2 ottobre 2017

STUPIDE SCOMMESSE

L'editore Daniele Aiolfi mi ha invogliata a leggere questo romanzo erotico perché, a suo parere, ben scritto e, dato che ne ho in cantiere uno, gli ho dato la priorità di lettura rispetto ai tanti altri speditemi in precedenza. Chiedo venia agli autori che mi hanno inviato anteriormente le loro opere perché siano recensite.

Pignola come sono, esigente lettrice prima ancora che scrittrice, so che in ogni caso si impara anche dalle cattive scritture. L'incipit di STUPIDE SCOMMESSE mi lascia indifferente, forse perché infarcito di stereotipi derivati direttamente dalle fiabe più conosciute. Poi però si trasforma, conferendogli elementi di mistero che possono scatenare la curiosità di proseguire. Nell'insieme, non è male, anche tenendo conto di alcuni difettucci, che cerco di riportare qui.

Mi ha scaricato come un cane non desiderato, sono stato mollato in questa casa come una scoreggia.” Avrei parafrasato il vile peto sko'redʒ:a/ (o scorreggia, pop. scureggia) s. f. [etimo incerto] (pl. f. -ge), volg. con più classe che non affidandone l'effetto ad una parola classificata sui vocabolari come volgare.

... hai qui un accendino” le lascia sulla scrivania l'oggetto indicato.” Ma è indirizzato ad un uomo, quindi in realtà avrebbe dovuto essere GLI.

Stanotte ho perso il conto degli orgasmi che mi hai regalato. Parafrasando John Updike direi che il sesso è come il denaro: solamente quando è troppo è abbastanza”. Il libro è infarcito di citazioni, azione cara agli autori suppongo per due motivi: per accrescere la propria grandezza tramite quella altrui, per confermarsi autori, pur non essendolo a pieno titolo. Non dico che non si debba prendere esempio e imparare da chi è più “grande” di noi, ma è sempre preferibile non riportare parole altrui, se non fanno proseguire la storia, al fine di essere credibile come scrittore per se stessi.

Tutta la narrazione è disseminata da organi genitali nella loro forma parlata più scurrile, senza fantasia, parafrasi, costruzione cerebrale. Sboccataggine a parte, nulla è più erotico di un cervello usato bene. Ma quando Delia Deliu scrive C e F (che non amo scrivere per esteso), per interpretare non serve il cervello, col rischio che quest'ultimo giaccia inutile appendice.

A parte quel GLI, che potrebbe essere benissimo un semplice refuso (ma non me l'aspetterei da parte di un Editor), a parte l'incosistenza della copertina, che considero il primo strumento di vendita di un libro, per quanto ben scritto in italiano più che corretto, a volte persino dotto, tanto da sospettare che la scrittrice sia italiana (conosco tanti rumeni in Italia che, per quanto utilizzino in modo più che plausibile la nostra lingua, non sono mai a livello di un italiano nato in Italia), la trama è ben articolata, anche se non sorprendente. Si intuisce la storia fin dal secondo capitolo, infatti un tantino prevedibile. Aggiungerei che per costruzioni delle frasi, per scene erotiche descritte, per sensazioni provate dai personaggi, si direbbe ben poco frutto della fantasia di una donna, per lessico utilizzato (peto, C e F, ecc.). Manca quella sottile dedizione al dettaglio, quel sottile sognare l'amore, quel sottile sentire tipicamente femminili. Ma forse sono io che pretendo troppo. Il finale è un “e vissero felici e contenti” nella miglior tradizione fiabesca internazionale di secoli fa, che a quanto pare, ahimè, funziona sempre.

Sesso sfrenato consigliato a annoiat* casalinghe (e i casalinghi) , perché ispirato agli stereotipi delle Cenerentole e dei Principi Azzurri.

mercoledì 27 settembre 2017

MICA VAN GOGH

Con la silloge poetica MICA VAN GOGH inauguro una nuova stagione letteraria, in realtà recuperata dalla metà degli anni '90, che in senso poetico non furono esattamente scintillanti. In quell'epoca mi occupavo soprattutto di sceneggiature cinematografiche, che mi gratificavano dal punto di vista meritocratico, non da quello economico. Fui ghost writer per uno sceneggiatore che aveva fatto la storia del cinema italiano, da RISO AMARO, ai vari IL VIZIETTO, alla serie AMICI MIEI, alla saga FANTOZZI, nonché di Carlo Verdone. Mie le battute del più becero maschilismo verdoniano.


Solo nel luglio 2015 ripresi a scrivere poesia, avendo d'ispirazione Ungaretti, Merini, Benni, grazie ad un amore che mi dedicò una canzone dell'immenso Caparezza, CHINA TOWN. Da un'altra canzone sua, il titolo della silloge.

Non ne fu facile la compilazione fin dalla sua genesi. Essendo più volta ad affrontare temi sociali, la poesia mi dà le ali per allontanarmi dalle brutture del reale. Da cui non voglio scappare, ma solo prendere talvolta una pausa, attraverso piccole note sulla vita emozionale, che partono da minuti dettagli del quotidiano, dall'amicizia, dai viaggi, dall'amore, da incontri casuali, dall'erotismo.

Riporto qui una recensione scritta dalla giornalista Maria Teresa Vivino, prima fra tutte.

“Poiché sono già sazia d’Arte, non ceno”; in questo verso si riassume, probabilmente, la poetica tagliente di Stefania Pastori. Una poetica a tratti claustrofobica, ma solo in apparenza, perché non è in cerca di “problemi”, ma al contrario di soluzioni.

“Lasciate un messaggio, non sono infinita”, un grido folle ma chiaro, si scrive per lasciare qualcosa di sé, una piccola riflessione su cui porre le basi di nuovi sguardi. Poesie violente, crude, che ricordano a tratti i poeti Alda Merini e Stefano Benni.

“Ma adesso me ne vado a passeggiare/ A farmi spettegolare dietro dagli altri” … “Ho mantenuto gli occhi bassi/ Torno non ascoltando i miei passi”.

Scrivere è, in fondo, rielaborare, accettando di lasciare andare a qualcosa, un pensiero, un giudizio, la rabbia e persino la gioia.

“la gente la gente la gente dove va va va”, frasi, parole spasmodiche a ripetizione continua, quasi inquietante a tratti, come se nell’eco, qualcuno possa davvero dare risposte. Registri alti e bassi si alternano, come a voler arrivare a tutti, per forza; ma in fondo, in un vorticoso girare, non arrivare in fondo, mai, davvero.

“Un bicchiere di vino condiviso/Alimenta l’amicizia di una sera./ Cosa resta?//”.

IMPRESSIONI POETICHE DI
Maria Teresa Vivino

giovedì 21 settembre 2017

IL CLITORIDE CATARO

Prima di accingermi alla scrittura della recensione de IL CLITORIDE CATARO di Leda Gheriglio, ne controllo il significato sul vocabolario, in quanto ricordavo i catari fosse una setta medievale di eretici. Infatti:
càtaro s. m. e agg. [dal lat. mediev. catharus, gr. καϑαρός «puro»]. – Appartenente alla setta dei catari, nome col quale sono comunem. indicati gli eretici dualisti medievali (detti anche albigesi, manichei, publicani o pauliciani, ariani, bulgari, bogomili, ecc. e, in Italia, patarini), diffusi soprattutto nella Francia settentr. e merid. nel sec. 13°, i quali, in polemica con la Chiesa, predicavano un rinnovamento morale fondato sull’antitesi tra bene e male, spirito e materia, e su un esasperato ascetismo (condanna del matrimonio, della procreazione, della proprietà privata, della guerra, ecc.). Come agg., dei catari, relativo ai catari: l’eresia catara.

Non avevo torto: dal titolo, mi aspettavo di leggere una dotta porcellata tra eretici. Tutt'altro, si parla di “purezza” come dall'etimologia greca, ma in antitesi perfetta. Un ossimoro sessual letterario. Contrariamente a come procedo di norma, restando ignara di ciò che sto per leggere, stavolta sapevo dall'editore stesso, Daniele Aiolfi, che avrei letto di incesto, masturbazione, lesbismo, BDSM, meretricio, parafilie, umiliazione, fedifraghi. Parole che soltanto a fine lettura, ho scoperto quanto fossero vuote di significato, prima. L'autrice tratta con tale familiarità temi quanto meno insoliti (non giudico, il giudizio appartiene solo a dio – ammesso che esista) a tal punto da ingenerare nel lettore il sospetto che li abbia vissuti in prima persona.

La narrazione è nettamente suddivisa in due parti. La seconda inizia con il titolo ANDREA ed è meno forte della prima. La prima incarna tutto ciò che i benpensanti marchierebbero come qualcosa più di “anomalo, blasfemo, irriverente, fetish, anormale, disumano, condannabile, infernale” che possa accadere in una coppia di sorelline, Diana 7 anni, Enrica, neonata. Pur prendendone le distanze, l'ho messo tra virgolette perché non lo penso io, ma ho provato a mettermi nei panni della cultura più comunemente accetta nello stato come che ospita il Vaticano. Linguaggio e costruzioni lessicali sono dotte, mantengono la promessa del titolo. Non anticipo altro, per non rovinare l'effetto sorpresa ai lettori.

Consigliato a esploratori di sesso insolito, a casalinghe annoiate che credono ancora nel Principe Azzurro, ai Principi Azzurri che credono ancora nelle Cenerentole e Belle Addormentate. La vita vera è ben altro.

giovedì 14 settembre 2017

700 GIORNI

Vengo a conoscere Floriana Naso grazie alla pagina Facebook PENSIERO PLURALE mirabilmente gestita dal FreeLance Editor Antonio Di Bartolomeo, in occasione di una rubrica che aveva intenzione di realizzare circa l'argomento della violenza sulle donne, a me così caro . Scopro solo in seguito che è anche autrice fiction e le manifesto la mia gratitudine proponendole di recensire questo suo romanzo, 700 GIORNI, di cui in partenza appositamente nulla so, perché amo farmi sorprendere dalle narrazioni.

Avevo di fatto già scritta la recensione, ma ad un'ultima lettura mi accorgo dell'immane ruffianata compiuta: era un mero riassunto, tutto uno spoiler, cosa che non faccio mai. Mi ero auto-censurata impedendomi inconsapevolmente qualsiasi critica in nome della gratitudine che provo verso questa nobile signora.

Tuttavia, se voglio essere credibile come recensora, devo utilizzare in pieno quell'onestà intellettuale che tante volte mi ha vista rimuovere dalle amicizie di Facebook. Non è questione qui di essere saggi, è questione di credibilità personale e di scrittrice. Perciò, l'ho riscritta da capo.

Sulle prime, sembra un romanzo nella banale scia delle coppie Lui/Lei, secondo la miglior tradizione dei rosa. Poi la coppia si disfa per volere della protagonista assoluta, Chloe, una volitiva trentenne torinese, figlia viziatella di papà gioielliere, e che, in quanto tale, beneficia di una vita agiata. La ragazza sente il rapporto con l'uomo “stretto”, perché vorrebbe provare nuove esperienze piccanti con donne. Incapace d'amore o anche di semplice affetto, lo rivela sia nel lasciare il ragazzo cui è stata legata tanti mesi con un semplice sms, che nel rapporto lesbico con un'avvenente signora, sia nel legame online con un ragazzo, che per quasi due anni, a causa di mero capriccio, non vuole incontrare. Otterrà la relazione saffica tanto desiderata, ma purtroppo sfocerà in una serie di episodi di stalking, che la Naso esplora ed espone con cognizione di causa e perizia non usuale.

La Naso non è molto efficace nella narrazione delle dinamiche che si sviluppano nelle relazioni amorose, e nella descrizione delle scene di sesso lesbico avrebbe potuto andare più in peccaminosa profondità. Il suo registro forse funziona meglio nei momenti di tensione tra i personaggi, tuttavia alterna momenti altamente drammatici a pure e semplici descrizioni che, se non fossero d'impronta balzachiana, infastidirebbero alquanto, interrompendo il climax.

Ad esempio, quando il papà di Chloe viene a sapere della saffica relazione della figlia e degli episodi di stalking cui è sottoposta, in famiglia esplodono i contrasti peggiori, con liti ignominiose tra padre e figlia, tra moglie e marito. Il climax di una di queste scena è particolarmente teso, come anche di altre, ma la Naso lo ammorbidisce con rappresentazioni che, forse, sono superflue, perché smorzano e non vanno in direzione alcuna. Eccone una su tutte, al termine di una furibonda lite dove tutti sono straziati e allo stremo delle forze, coinvolte la protagonista, sua madre e suo padre. Nella scena a chiusa del litigio sono presenti mamma (Caterina), figlia (Chloe), zia (Rosanna) e governante (Ada):

Poi (Caterina) si mise a piangere tra le braccia della figlia (Chloe), sconsolata. Rosanna assisteva a tutta la situazione soffrendo molto, soprattutto perché sapeva che indietro non si poteva tornare ormai.
Vi preparo un tè” disse Ada con tono dolce.
Le quattro donne si sedettero attorno al grande tavolo intarsiato della sala da pranzo. Caterina tirò fuori un servizio di porcellana inglese di fine '700 color avorio con decorazioni floreali rosa.”

Non è l'unica, l'intera narrazione ne è costellata, quasi a volersi interrompere da sola. Ci importa davvero sapere che il tavolo fosse intarsiato o che le decorazioni della porcellana fossero rosa, o che il copriletto fosse porpora, che il letto a baldacchino fosse intagliato, che le pesanti tende di velluto color ocra operato, o che la stufa per la legna splendida, e che un divano grigio accompagnato da un comunissimo tavolino, oppure vorremmo conoscere meglio la dinamica delle relazioni? Forse all'inizio, sì, perché caratterizza l'ambiente vissuto dai personaggi e, quindi, i personaggi stessi, ma dalla seconda metà del libro in poi, ne possiamo fare anche a meno.

Anche le scene d'amore lesbo, per quanto raffinate e delicate, stuzzicanti e mai volgari, svelano più l'intenzione di solleticare l'immaginario morboso del lettore italiano medio che non un vero e proprio intendimento narrativo. Non portano da nessuna parte, non incrementano il plot, non creano tensione, se non nelle parti basse degli uomini, almeno suppongo.
Il finale che lascia l'amaro in bocca tuttavia conferma la perizia della Naso, non volendo scegliere situazioni scontate. Risiede qui l'unico vero merito del romanzo breve.


Consigliato a chi cerca nelle esperienze saffiche la soddisfazione della propria pruderie sessuale e a chi non sa che le donne sono più capaci degli uomini in fatto di persecuzioni psicologiche.

giovedì 17 agosto 2017

IL GRADO ZERO DELLA BUONA EDUCAZIONE

Già il titolo della silloge di Francesca Tini Brunozzi ne lascia intuire il livello di complessità. Di Francesca se ne riconosce subito la formazione, l'esperienza culturale (da Tien t'ai a Sant'Agostino, da Dante a Tarantino, più alcune serie di correspondences di baudelairiana memoria) e lavorativa (fisica Quello che ci importa a noi … Le voglie che ci bruciano a noi … A te ti piace comandare ...) appoggiate qua e là, quasi a voler rendere più autentico il resto, fino ad arrivare a veri e propri attorcigliamenti su se stessi, che in linguaggio contemporaneo qualcuno li definirebbe loop, (uno a caso: … un tempo / lontano ma non troppo si diceva di due persone / innamorate si parlano o si parlano insieme / Insieme diventa importante dire che insieme / si parlano due persone ché se si parlano e solo / parlano forse è che a se stessi essi parlano solo. Dalla poesia: NELL'ARCO TEMPORALE DI DUE LUNE SOLE) che conferiscono al lettore l'impressione di un empatico senso di incompiutezza. Le più volte citate Chimera d'Arezzo ed Erato a questo punto non interessa nemmeno più sapere chi siano.
applicata, soprattutto), di conseguenza le si perdonano certe formulazioni similerrori grammaticali (

Io che sono tanto pistina da arrivare a leggere persino i ringraziamenti, noto che la Poeta precisa l'arco temporale durante il quale ha compilato la silloge, arco che si riflette nella sequenza delle poesie, quasi a voler narrare un amore di quella stessa durata. Arco che si riflette anche nella reiterazione del titolo, in almeno tre punti strutturali della silloge. All'inizio (la scoperta di un amore) a metà (il punto della situazione), alla fine (chiusura dell'amore stesso).

Ma sono due gli elementi della scrittura della Tini Brunozzi a farmela sentire vicina. I frequenti riferimenti al buddismo di Nichiren Daishonin (intellettualmente divertente rinvenire le citazioni degli insegnamenti del Sutra del Loto) e un motto La mente mente che sembra preso in prestito dal mio La mente, mente. Il corpo non mente, da lei scritto in tempi non sospetti, perché ancora non sapevamo l'una dell'esistenza dell'altra. Ma ormai è risaputo, persino ai non buddisti: il caso non esiste.

Consigliato a lettori che vogliono tenere allenate le sinapsi, rinverdire le loro conoscenze letterarie, filosofiche, bibliche e cinematografiche, agli estimatori della poesia ermetica. A chi cerca una poesia d'amore che finalmente non faccia rima con cuore.

mercoledì 2 agosto 2017

TANTO VALE SCRIVERE

Premettendo che di norma amo poesia ermetica alla Ungaretti, mi trovo costretta ad ammettere di aver subito amato la poetica di Patrizia Argentino, anche se di immediata e semplice lettura, per l'alto tasso di ironia ivi contenuta, forse perché il mio stesso stile creativo lo è (scrissi come Ghost Writer nel cinema cose comiche ed autoironiche, anche per Carlo Verdone). 

Amando parafrasare qualcuno di più importante di me, l'ironia salverà il mondo. In quarta di copertina, Patrizia afferma di avere la “Convinzione che l'ironia salvi la vita”. Direi che siamo allineate. Un verso su tutti per riassumere l'ironia sparpagliata in ogni sua poesia, questo in particolare rivolgendosi a L'ASPIRAPOLVERE:

A dirla tutta
ti avrei già sposato
ma qui in Italia stiamo
ancora indietro.”


Conosco Patrizia di persona a Torino, nella Libreria Belgravia, di Luca Nicolotti, dove l'ottimo Max Ponte (poeta non ancora recensito, ma che stimo da quando la prima volta mi proposi ad un poetry slam dove conduceva assieme a Bruno Rullo) presenta alcune poete, tra cui lei. Patrizia ne legge alcune, forse incerta nell'esposizione, ma non nella trasmissione del sentimento che le ha generate. La prima che mi colpisce è

ASSOLO
Un battito di ciglia
e mi ritrovo a mezz'aria
ad acchiappare col retino
le farfalle nello stomaco,
note di uno spartito
che non so ancora decifrare.
Mi adagio ma non troppo
sul pensiero di te,
ché non mi si accusi
di troppa vicinanza,
né di indiscrezione.
Vorrei trovare l'andamento
per tenere il tuo tempo,
ma il mio cuore
batte già vivace con brio
e aritmie diffuse.
Forse,
più che di un pentagramma,
avrei bisogno
di un elettrocardiogramma,
magari urgente.
Ma è tardi e ti vedo arrivare
dall'altra parte della strada.
Bello come un sol diesis.
Metto da parte l'ipocondria
e ti accolgo con un sorriso allegro,
che poi smorzo in allegretto,
100-110 battiti al minuto,
mica noccioline.
Stavolta,
sono sicura,
che al primo bacio
oltre l'extrasistole partiranno i violini.

Amo la musica a tal punto da essermi ispiratrice, quando creo. Conosco svariati autori e poeti che pur di trovare l'ispirazione, si fanno di alcool, di erba, di pere, di coca. Io mi faccio di musica. Scopro piacevolmente che anche Patrizia è amante della musica. Dal titolo in poi, ASSOLO è un continuo riferimento ad andamenti musicali - note di uno spartito, Vorrei trovare l'andamento
per tenere il tuo tempo, Mi adagio ma non troppo, più che di un pentagramma, Bello come un sol diesis, smorzo in allegretto, 100-110 battiti al minuto, partiranno i violini.

Ah, la bellezza della musica comparata all'Amore mi estasia.
Ma il riferimento al sol diesis, che in musica corrisponde a determinati sentimenti, è premonitore di qualcosa che sta per arrivare. Anzi, è già contenuto nel titolo, sintomatico di gioia non condivisa.

L'impressione che la Argentino sia accompagnata dalla musica nella vita, balza all'occhio qua e là, in molti dei suoi componimenti. Fa riferimento a Loretta Goggi, Jannacci, Cohen, Endrigo, Vecchioni, Nannini, Zero, Afterhours, De Andrè, Battisti, O Bella Ciao, Salaga Doola Menciga Boola, persino Lo Zecchino d'Oro. Divertitente scovarli.


Consigliato a chi ama la poesia spiattellata e facile, che però faccia sorridere e riflettere con la punta di lucida amarezza della realtà.

giovedì 18 maggio 2017

LE CORTE DEL CAPOFREDDO

Il 7 maggio 2017 vengo insignita del primo premio ex aequo per uno dei miei racconti brevi contro gli stereotipi al concorso VOCEDONNA di Castrocaro Terme/Terra del Sole. Tra i riconoscimenti in forma di libri, mi viene conferito quello di Alberta Tedioli che leggo d'un fiato perché scopro fin dalla prima delle sue microstorie quanto sia vicino per forma e per tematiche alle mie, che finiranno in una raccolta dal titolo STEREOTIPI A BAGNOMARIA.

Voci di Marketing Editoriale dicono che in Italia i racconti non si vendano. Dicono anche che i romanzi non si vendano. E dicono che pure la poesia non venda. Le affermazioni mi lasciano perplessa perché quando vado ad iniziative del genere, sparpagliate per tutto il Paese, vedo invece grande partecipazione di pubblico. E a chi dice che trattasi di pubblico prezzolato dagli autori, rispondo che gli autori derivano dalle loro opere manco il denaro necessario alla propria sopravvivenza - tranne i fortunati televisivi - figuriamoci per pagare il proprio pubblico.

Non conosco il tenore di vita dell'autrice Alberta Tedioli, ma temo di non sbagliarmi troppo affermando che sue eventuali ricchezze non provengano dalla carta stampata. Eppure questa sua raccolta è godibilissima, perché non stanca la mente, allieta con l'ironia, spazia in modo trasversale tra tematiche contemporanee, tocca tutti gli strati sociali e culturali italioti. Riporto un racconto su tutti, che mi ha fatto tanto sorridere (amaramente):
MODERNISMI
Con l'arrivo dei supermercati nell'Africa Nera, gli abitanti guardavano curiosi i carrelli da spingere. Sulla testa non ci stavano.”

Folgorante, come anche tanti di quelli lunghi. Mai più di una paginetta e mezza, impossibile stancarsi, impossibile non trovarvi sollievo dalle brutture della vita.

Consigliato a chi ha poco tempo per leggere, a chi si annoia coi romanzi, a chi cerca ironia nelle cose del quotidiano.

giovedì 11 maggio 2017

MEXICAN TAXI

Razzista, fatto di droghe e di sesso: un modo per definire il protagonista di MEXICAN TAXI che Francesco Spano ci dipinge con immagini secche, senza perdersi in aggettivi inutili e nemmeno in descrizioni superflue. Il protagonista ci parla in un soliloquio senza sconti, quindi non necessita di dirci la professione, né le sue origini, né tanto meno il suo nome. Come lettrice di questo libro ipnotico, di conoscerle non avverto la necessità.

In un'imprecisata banlieu francese, ospite di una famiglia congolese con cui la sorella si è imparentata, la sua mente divaga tra onirici desideri sessuali e la paura dello sconosciuto negro.
“Inizio a stare meglio: sono amato, coccolato, nessuno mi vuole mangiare, i cannibali resistono solo in una piccola comunità in Indonesia.”

Qua e là, nel solingo racconto, immagini di sociologia dipinte con sarcasmo.
“Cuba e il comunismo hanno partorito un figlio che si occupa di riordinare il simbolo di tutto quello contro cui si sono sempre battuti: il carrello.”
“Ci sono bambini scalzi e ragazzine panzone con i pantaloncini cortissimi e le ciabatte e i piedi neri, e alcune di loro affogano con biberon zeppi di Coca-Cola neonati con gli occhi da adulti e le faccette da angeli.”

Il parallelo con Bukowski arriva solo dopo una sessantina di pagine, fatte di “tette, culi, troie, crack e coca” (uso le virgolette perché non è il mio linguaggio, io avrei preferito scrivere “seni, deretani, droghe varie” ma non avrebbero avuto la stessa efficacia). Non è arrivato subito, perché trascinata impetuosamente dalla narrazione.

“Sono fattissimo, il cuore mi rimbalza da tutte le parti, lo sento anche sulla punta dei piedi, è una mano che stira il cervello verso l'alto e cerca di tirarmi fuori tutte le cose che ho dentro.”

“Sono pazzi in Zimbawe. Il giorno dello stipendio spariscono. E non li rivedi più per tre giorni. (…) Gli uomini ricompaiono il terzo giorno del mese successivo, e sono tutti più magri, più neri, più stanchi. Inutile dire che i soldi del mese evaporano tutti in alcol, droghe e puttane. In tre giorni. È un metodo che vorrei esportare anche nel grande e operoso Occidente, ma ancora non ho ben chiari i dettagli della riforma.”

D'un tratto nel delirio stupefatto, mi ritrovo a leggere le avventure del protagonista in Messico non so bene come tra un taxi e l'altro.
“Ha perso il lavoro dopo quattro lezioni perché l'anno scoperto con una ragazzina ninfomane e bipolare mentre le infilava un vibratore nel culo e lei disegnava alberelli sulla parete del bagno. S'è salvato perché Tessa aveva appena compiuto diciotto anni, esattamente un anno dopo aver tagliato la gola al gatto siamese, al cane e al fratellino di dieci mesi” , dice di un collega insegnante.

“Sento che qualcosa mi sta sfuggendo di mano. Credo stia andando tutto a rotoli. Immagino sia normale, che sia così per tutti. Meglio star lontano, disfarmi e scomparire alla larga dalle mie radici. Dove nessuno può vedere. Meglio mischiarmi a questa cianfrusaglia di vite perse, di bocche sdentate, di alcolizzati e di spari” medita il protagonista davanti all'ex compagno di sbronze in coma etilico, a tia Marta, Camilla e a Enid, una bambina cui era stato strappato un figlio dal ventre: il cancro.

L'ennesimo taxista lo porta chissà dove e straparla:
“Ok ok italiano. Voi avevate Pasolini, pederasta geniale, che aveva capito tutto, prima ancor prima che succedesse e da noi il terrorismo non è mai stato né rosso né nero, da noi il terrorismo è sempre stato per la droga.” Il taxista prosegue col suo sproloquio delirante tra Stati Uniti e narcos, sbalestrando le già difficoltose capacità di comprensione del protagonista. “Non ci sto capendo più un cazzo, io devo andare a dare lezione d'italiano e 'sto coniglio bavoso mi sta martellando con tutti i problemi del suo paese e mi tira fuori pure Pasolini (…) quindi senza farmi vedere tiro giù una pastiglia di Clonazepalm (…) Ne prendo un'altra e non ascolto più. Parla e straparla ma non ascolto più. Sono stanco dei loro discorsi, sono stanco di tutto questo schifo. Non vorrei stare qua, non vorrei stare da nessuna parte. Solo su quella nuvola enorme. O sulla lancetta di un orologio, tic tac, tic tac, tic tac. Appeso. Fino a quando non ci sarà più appiglio.”

Cliccando più volte sul tasto per voltare pagina, avrei voluto continuasse. E invece era già finito. Finito. Finito. Mi sono dovuta rassegnare alla bellezza di quel finale senza speranza.

Consigliato a chi vive nel perenne stato di stupefazione del caldo, della droga, del taxi, del Mexico, che è la vita all'italiana.

sabato 6 maggio 2017

LA SIGNORA DEL CAVIALE

Di Michele Marziani, il primo romanzi letto, pur riconoscendone l'abilità narrativa, mi aveva lasciata indifferente, lo trovai involuto e insufficiente (FOTOGRAMMIIN 6 X 6) a cui sono seguiti altri due (IL CAVIALE DEL PO  e UMBERTO DEI) che invece valutai in superficie come potenti. 

Quest'ultimo invece mi ha mosso qualcosa nel profondo. Comincia in sordina, nel tipico stile understatement del Marziani, un po' dimesso, mai rutilante. Eppure avverto una corrente elettrica sotterranea cui le vite dei protagonisti fanno da accumulatore, in un crescendo che ha del musicale. Avvolge il lettore impedendogli di staccarsi, almeno a me, forse perché da sempre affascinata di quell'elemento “esotico” che fu la II Guerra Mondiale e che a questo romanzo fa da sfondo, ma trasformata in poesia, grazie alla perizia espositiva dell'autore. 

La trama accompagna l'evoluzione del protagonista della durata di una sessantina d'anni negli ambienti del Delta del Po così cari al Marziani, dalla fine delle elementari fino alla sua morte. Non racconto nulla del plot perché sarebbe tutto uno spoilerare. Però una cosa la posso dire: mi è balenata l'idea che questo protagonista sia proprio suo padre. Mi ha appassionata e toccata così tanto nel cuore, che mi ha fatto scattare la voglia di scrivere il mio primo romanzo, tutto su mia madre, ambientato in Verbania ai tempi della guerra. Concludo riportando l'unica frase del romanzo, fortemente costruita allo scopo di essere evocativa:
“Allora vedo il cavallo bianco. Lo guardo correre verso di me e lo vedo trasformarsi in storione. Un un immenso storione. Poi è passato il treno.”

Consigliato ai nostalgici come me, a chi cerca di vedere sempre un risvolto positivo anche nelle brutture umane, a chi cerca l'ispirazione nel passato per vivere meglio il presente.

ARTIGIANATO SENTIMENTALE

Conosco online questo bell'uomo tramite un altro amico poeta. Se la bellezza sta negli occhi di chi guarda, sta anche però nella proporzione diretta tra aspetto fisico e contenuti interiori. Al crescere dell'uno, crescono gli altri. Gabriele Borgna ne è la conferma, fin dalla dedica: “A Stefania, con l'auspicio che il mio scrivere possa trovare spazio dentro di te …” Auspicio, che bella parola aulica, rarefatta.

Savonese, ha ottenuto (lui, non la parola, anche se a dire il vero c'è perfetta identificazione) premi, menzioni d'onore e segnalazioni a concorsi di tutta Italia, nel continuare la miglior tradizione poetica ligure. Il premio Nazionale di Poesia Inedita “Ossi di Seppia” lo consacra continuatore di Montale. Gabriele mi spedisce questa sua prima raccolta ufficiale: già dalla copertina, che mi dona una dimenticata sensazione tattile, dopo anni di eBook, “sento”, anzi, “tocco” poesia. Pacatamente nella tradizione ottocentesca, garbata la copertina mi invita subito a leggere.

Aiutami a impiccare ogni /singola afflizione alle stese, educate all'inchino / duro della tramontana.” Inconsueti enjambements proiettano nella dimensione del mare e dell'amore nel componimento A CA' DE JOSE (au Portu).

Da TRANSUMANTE “Nel petto brividi lividi percossi / da iridi di ieri, già ricordi.” sento lo trascorrere del tempo che forse lenisce, forse no. 

Il componimento strutturato su più parti LA VITA È UN GIORNO (scegliendo Alba, Mattina, Mezzogiorno, Pomeriggio, Tramonto) altalena tra mestizia - “Tumefatto prima di cadere” “Padre a ore” - e tenerezza - “Tu sarai la regina del mio tempo” “noi che nel sogno già ci vivevamo”, tralasciando Crepuscolo e Notte, rivela quanta parte di vita del Borgna risieda nelle prime ore della giornata.

Il forte sentire cristiano che a volte balugina improvvisamente, è tutto dentro IL DONO dove l'amore per una donna si vivifica nell'eucaristica immagine del pane spezzato, nella confessione di essere “ingordo in Quaresima / e incredulo a Pasqua”, per chiudere con“E tu, sei giunta a Natale / come il più bello dei doni.”


Consigliato ai (presunti) pochi amanti della Poesia, a chi si interroga dialetticamente con Dio, a chi ama le immagini secche dei liguri muri a secco.

venerdì 5 maggio 2017

LA DISFATTA DELLA CIA

Fossi nei panni dell'autore Robert Baer, io lo intitolerei: LA DISFATTA DELL'OCCIDENTE. Avevo appena finito Chomsky, quand'ecco capitarmi tra le mani quello che, sulle prime, considerai un libercolo: in edicola mi chiamava coi suoi 5 € e la sua maneggevolezza da viaggio. Tutt'altro: è uno scritto tostissimo da digerire, perché, attraverso la testimonianza diretta di un individuo che lavorò alle dipendenze degli Stati Uniti, dimostra l'assioma di Chomsky: “Gli Stati uniti: uno dei principali Stati terroristici”.

Se tutto il dichiarato fosse vero, anzi, (ma a questo punto c'è da chiedersi come la CIA possa permettere a Baer di divulgarlo) in fondo Chomsky non ha scalfito che la superficie di un sistema perverso auto-imploso. Baer è stato agente operativo presso la CIA, servendo la sua nazione in Iraq, a Dushanbe, Rabat, Beirut, Khartoum e Nuova Delhi, ricevendo la Career Intelligence Medal “per aver ripetutamente corso rischi personali, scegliendo gli obiettivi più difficili, al servizio del suo Paese.” L'autore si giustifica asseverando che la CIA ha censurato qua e là le sue dichiarazioni. Ma temo che tali striscette nere non siano così decisive ai fini della verità. Ciò che ne traspare, resta infatti avvilente, deprimente, lascia una forte sensazione di fallimento, di impotenza, di resa incondizionata. Fa bene il protagonista di Houellebecq ad arrendersi all'Islam. 

Impossibile riportare tutte le azioni, le indagini, le ricerche, i contatti, le svariate modalità d'azione da tanto sono complesse, composite, variegate, fino a sfiorare il pettegolezzo d'alto rango. Preferisco riportare la riflessione conclusiva del Baer: “Un simile nemico (il terrorismo islamico) si sconfigge solo raccogliendo informazioni, scoprendo in anticipo i suoi piani e tenendosi pronti per quando arriva. E per avere quelle informazioni ci vuole la volontà politica di permettere a chi sa come ottenerle di svolgere il proprio lavoro, per quanto difficile sia il compito. Vorrei solo aver la certezza che abbiamo intenzione di percorrere quella via e non di abbandonarla.”
Si direbbe che in realtà Baer ha già rivelato che quella via è già stata abbandonata, ma sia costretto a conservarne la secretazione. 

Consigliato agli illusi che ancora romanticamente credono di essere protetti dalla CIA o dagli Stati Uniti e agli esperti di intrighi internazionali: entrambi ne rimarranno sconcertati.

venerdì 21 aprile 2017

CHI SONO I PADRONI DEL MONDO

Si dice che le cose ti capitino nella vita proprio quando ti servono. La lettura di CHI SONO I PADRONI DEL MONDO di Noam Chomsky è arrivata come il famigerato “cacio sui maccheroni”, proprio durante un periodo di crisi nera in cui costantemente mi chiedevo chi, nel mondo, manipolasse chi: l'economia, la politica, gli intellettuali, le religioni, il popolino, gli ebrei, gli armamenti, i terroristi? 
Aggiungi didascalia

Coloro che cercassero una risposta nell'opera di Chomsky, non la troverà, o meglio, troverà una disamina lucidissima, supportata da puntigliose quanto corpose prove documentali (42 pagine di note bibliografiche), che dimostra un coacervo di funzioni, un agglomerato di reciproche influenze, dove i succitati elementi fanno fatica a distinguersi da tanto che sono compenetrati tra di loro. Chomsky si interroga (e interroga i lettori) su argomenti cruciali.

È sufficiente citare qualche titolo del suo scritto per capire la determinazione della sua mente e delle sue considerazioni, ad esempio: I terroristi volevano la fine del mondo. I memorandum sulle pratiche di tortura. La Magna carta, il suo destino e il nostro. La sicurezza di chi? Come Washington protegge se stessa e il settore privato. Gli Stati uniti: uno dei principali Stati terroristici.

Ne emergo frastornata, ma sempre più convinta che la rivoluzione debba partire dal basso, da noi stessi in noi stessi, per contagiare a macchia d'olio chi ci sta vicino, chi frequenta parimenti i nostri ambienti, fino ad arrivare a chi ci governa.

Vorrei concludere riportando la frase d'epilogo che Chomsky inserisce prima della parola FINE (mi accorgo solo ora che non c'è: esemplificativo!)
“Tornando alla domanda iniziale “Chi governa il mondo?” forse dovremmo porcene un'altra: “Quali principi e valori governano il mondo?” Questa dovrebbe essere la prima domanda per i cittadini degli Stati ricchi e potenti, che godono di uno straordinario tesoro di libertà, privilegio e opportunità grazie alle lotte di chi è venuto prima di loro e per i quali è giunto il momento di scegliere come affrontare problemi di immenso rilievo umano." (FINE? Non c'è, proprio come la nostra Rivoluzione Umana)

Consigliato agli ingenui come me che cercano di propagare il bene in un mondo dove apparentemente non ce n'è, agli ottimisti irriducibili perché hanno la potenza dell'entusiasmo dalla loro a sostenerli, a chi si è posta la domanda di Chomsky che dà il titolo al libro, senza però scadere nella depressione. Infatti, ai pessimisti, NO. Sconsigliato anche a chi vorrebbe addormentarsi leggendo.

lunedì 10 aprile 2017

LA RIVOLUZIONE DEL CONIGLIO

Credo di aver letto molti dei libri in circolazione che divulgano la gioia e l'entusiasmo e la fatica di essere felici, di quella felicità duratura che si trova nel praticare il buddismo di Nichiren Daishonin, ma ogni volta è un arricchimento di esperienze personali altrui, uniche nelle loro precipue caratteristiche individuali. Antonello Dose è un affermato autore radiofonico: da oltre una ventina d'anni conduce la trasmissione IL RUGGITO DEL CONIGLIO su Radio2, assieme a Marco Presta. Ma a suo dire, essere autore e conduttore radio non era nelle sue ambizioni.

Da ragazzo infatti si applicò tantissimo allo studio della recitazione con Grotowski, detto “nonno Grot” figura di spicco del Teatro d'Avanguardia, e Eugenio Barba, fondatore del Teatro Antropologico, due personalità di chiara fama nel mondo intero che gli insegnarono ad addomesticare il corpo. Ma mai gli fu data la possibilità di sperimentarsi sulle tavole del palcoscenico. Di sé, dice che è un lungagnone friulano, tutto sommato timido, ma soprattutto gayo. Dice di averci messo una decina d'anni per rendersi conto di essere omosessuale, un'altra decina d'anni per dirlo agli altri, genitori compresi, una terza decina d'anni per trovare l'amore vero in mezzo a tanti amorazzi sessuali. Ma di aver abbracciato subito la Legge Mistica dell'Universo, quando ancora in Italia erano pochi i praticanti, senza metterci troppa testa, tutto corpo, sperimentandone l'efficacia sulla propria pelle.

Non ho mai ascoltato il suo programma radiofonico, ma dal poco che ne ho potuto godere dalla pagina Facebook, si direbbe un programma in cui a farla da padrone è Marco Presta, spalleggiato dal lungagnone friulano Antonello Dose: nei video girati durante l'emissione radiofonica, si nota chiaramente quanto sia imbarazzato timidone, eppure si percepisce anche la voglia di superarsi, nella miglior tradizione buddista. Ho l'impressione che questi libri divulgativi di esperienze personali nell'avvicinamento al buddismo parlino ad ogni singolo lettore un linguaggio personalizzato. Ognuno ci vede riflesso il proprio vissuto, in funzione di quello che più desidera, in funzione del proprio stato vitale. Sono convinta che se li rileggessi tutti da capo, troverei di rilievo tante altre osservazioni che al momento della prima lettura non hanno vibrato perché ero in un differente stato vitale.

Nel mio caso e in questo momento, mi ha parlato al cuore perché ci ho rivisto l'esperienza viva di un mio congiunto che, dalla lettura de LA RIVOLUZIONE DEL CONIGLIO, trarrebbe grande beneficio e incoraggiamento, come chiunque sia ammalato di AIDS.

Consigliato a chi cerca energia, coraggio ed entusiasmo per realizzare il proprio illimitato potenziale creativo, a chi dispera di trovare l'amore per la propria vita, a chi sente di essere prossimo alla morte a causa di una malattia grave.

CALDO AMARO

Dietro indicazione di uno scrittore che stimo, Francesco Borrasso, da poco più di anno frequento un Social dedicato agli autori, affermati o nascenti che siano. Si chiama Nazione Indiana, che ha una sezione in cui gli emergenti possono proporsi, dal nome Eulalia. Non ho mai commentato, cercando solo di capire chi si nascondesse dietro a ciò cui stavo dando una scorsa. Da ultimo, invece, propongo in Eulalia cose mie e commento le altrui cose, sapendo di espormi al giudizio. So anche che però da quest'ultimo si può trarre crescita e nuovi contatti. Uno tra questi è l'emergente Sara Ferri che con tanto giusto orgoglio si vantava di aver ricevuto un riconoscimento per la sua opera CALDO AMARO.

Sara, che su Eulalia ha scelto lo pseudonimo di Autentica, il 17 marzo pubblica la seguente informazione: “Questa è stata una settimana colma di gioia e soddisfazioni. Terminata degnamente oggi con una notizia che mi riempie di orgoglio: l'assegnazione del primo premio, al mio libro Caldo Amaro che vince, così, il concorso "IoScrivo".”

Facendole le mie congratulazioni e invitandola a fare sempre meglio (ad esempio, completare su Eulalia i suoi interventi con un'auto presentazione letteraria), la invoglio a mandarmene una copia con il fine di recensirla. Accetta con entusiasmo e me ne manda il PDF. Fin dalle prime righe, percepisco qualità e profondità e leggerezza, di quella buona, che scaccia dubbi di superficialità.
La protagonista femminile, Noelia, è una giovane biologa multietnica che, oltre a lottare contro lo stereotipo della straniera in Italia, deve farlo pure contro quello della cicciona.
“E a dire il vero sono così carente di sesso, in questo periodo, che non potrei proprio dire di no a nessuno, nemmeno a lui.” dice la protagonista parlandoci di un amico a suo dire rivoltante. Noelia fa di tutto per apparirci tanto allegra che acida, arguta e pestifera, sgradita, sciatta, insomma moderatamente sfigata e, se solo non se ne compiacesse, si potrebbe quasi crederle.

“Una nostra compagna è stata assassinata, la gente piange e si dispera e tu vuoi sapere cosa ho combinato fino a oggi? E poi, siamo sinceri: non te n'è mai fregato niente di quello che facevo, non vedo perché dovrebbe interessarti adesso.” Mi guarda come se avessi la coda e mi fossero spuntate le corna.” Così Noelia ci presenta Marco, colui che fu un suo fidanzato adolescenziale senza che lui lo sapesse e che re-incontra nelle vesti di poliziotto ora che entrambi sono coinvolti nelle indagini della comune compagna di scuola, Arianna, assassinata. Va da sé che il poliziotto finalmente si accorge dell'esistenza di Noelia, che nel frattempo è sbocciata come un fiore. Si avvia una relazione tra i due.

Nel corso delle indagini scientifiche e poliziesche in cui la protagonista è coinvolta, si paragona costantemente con le ex compagne di scuola, belle, magre, slanciate, al limite dell'anoressia, ma anche molto morte. Sembra infatti che sia all'opera un serial killer che le ha prese di mira, decimandole.

Vigliacca, l'autrice inventa parallelamente alla storia tra Marco e Noelia, una sorta di tresca tra Noelia e il capitano di Mrco stesso. Gli permette di scoprire il tutto, facendolo incazzare di brutto e allontanarsi. Vigliacca quando scrive ciò che tutte le donne vorrebbero: che il partner (Marco) si ripigli e chieda scusa e torni indietro da Noelia e faccia l'amore con lei. No, no, queste cose non si fanno, se non per farsi amare dalle lettrici femminili.

Alla terza esplosione di movimenti sentimentali che mi inumidiscono le ciglia, capisco che mi trovo davanti a qualcosa di grosso e non parlo delle indagini, parlo della storia e dell'autrice. Sento coinvolgimento e identificazione in prima persona, due elementi imprescindibili perché una scrittura sia un'ottima scrittura, perché un plot buono sia appassionante. Marco prende la decisione di parlar chiaro col capitano, si sta innamorando di Noelia e deve marcare il territorio. Vigliacca, autrice vigliacca. Ogni donna vorrebbe accadesse così.

Poi arriva la scena del combattimento con il dobermann a ristabilire gli equilibri. Una scena non solo trash ma degna del miglior film splatter alla Tarantino.

“Gemo stordita. Provo ad alzarmi e mi accorgo che il corpo che riempio non è mio.” Ho scelto a caso una delle tante geniali descrizioni della Ferri, che, implacabile nella sua sorniona vigliaccheria, sceglie di far morire uno dei due pretendenti di Noelia.
“Ricordati di me” sussurro.” Altra lacrima. Ferri vigliacca.

“Ancora rabbia, vero?” Senza attendere risposta, mi spinge verso gli spogliatoi. “Andiamo, oggi voglio insegnarti l'arte di riversare la tua rabbia su un unico obiettivo: ferire l'avversario.” Un passaggio ancora tutto sommato “logico” in cui Noelia cerca di riprendersi la normalità attraverso un corso di autodifesa.
Poi però arriva una delle scene più traumatiche che abbia mai letto in un romanzo. Ho pianto per lo shock e la compassione. Mentre scrivo queste righe sono sconvolta. Non rivelerò nulla, ma so solo che la Ferri si rivela una grande scrittrice, che ci prepara sornionamente a cose consolatorie, per poi spararci in faccia tutta la sporcizia dell'animo umano. Fino alla scena dell'autodifesa avevo in mente di scrivere le Cose NO: ovvero, l'eccessivo sottolineare della grassezza di Noelia in un'epoca in cui c'è il ritorno delle donne curvy, e le date degli eventi, che lasciano intuire (erroneamente) il coinvolgimento diretto dell'autrice. Ma ora tutto è scomparso di fronte all'orrore.

L'autrice aggiunge altra carne al fuoco, spiegandoci la Sindrome di Klinefelter, anomalia cromosomica che non per questo giustifica un'anomalia comportamentale e, come se non bastasse, inserisce una coppia di gemelli eterozigoti. Da sempre gli scienziati si sono chiesti perché delle differenze comportamentali tra fratelli, o persino tra gemelli che condividono una buona fetta di cromosomi. Se si intuisce anche solo lontanamente cosa succede, nessuno può immaginare il finale. Nel consigliare alla Ferri di crearsi un profilo autore su GoodReads, di inserirvi il suo libro, di pensare ad una copertina più efficace, le invio il mio plauso.

“In quel momento ho sentito ciò che prova un assassino: la soddisfazione di vedere sgorgare la vita fuori da un corpo, per mano tua.”, pensa infine la protagonista. Come afferma nei ringraziamenti la Ferri, “in fondo c'è un po' di Noelia in tutte noi.”

Consigliato a sedicenti “affermati autori di gialli” al fine di una costruttiva autocritica, agli appassionati del genere e anche a quelli che come me non lo amano più di tanto, per lasciarsi piacevolmente sorprendere.


giovedì 16 marzo 2017

UN AMORE

Questo che ho appena concluso di leggere è il terzo romanzo di Dino Buzzati, dopo IL SEGRETO DEL BOSCO VECCHIO e BARNABO DELLE MONTAGNE. Non avrei letto BARNABO se prima non avessi apprezzato IL SEGRETO. Sebbene opere distinte da una certa acerbità, le gradii a tal punto da cercare altro Buzzati, che fino ad allora mi ero rifiutata di leggere, come spesso mi accadde nella mia vita da lettrice inveterata e snob se trattavasi di autore imposto dall'intellighenzia italiana. 

Romanzi, raccolte di novelle e racconti, libretti per musica, cinema, cataloghi d'arte e opere grafiche, teatro, poesia, giornalismo, per tutta la vita Buzzati  ha accompagnato l'attività di scrittore a quella di pittore, anzi, per suo stesso dire, fu un pittore che per hobby era anche scrittore. Ben si scorge l'attitudine all'osservazione dell'ambiente necessaria ad un pittore già nelle note scritte. Nei primi due romanzi, spiccano efficacemente i paesaggi delle sue amate Dolomiti, come dipinti a parole. In UN AMORE, che resta il suo ultimo romanzo avvinghiato alla maturità, scorci di Milano sono finemente abbozzati in quadri con l'olio delle parole, come se ne vedevano un tempo nelle botteghe dei Navigli.

Laide: sporca, brutta, sozza, lurida, immonda, schifosa, ripugnante, nauseante, rivoltante, orrida, repellente, sordida. Buzzati, nella cui narrazione traspare qualcosa di autobiografico, ha trovato il nome più adatto alla sua giovanissima protagonista, Adelaide, il cui diminutivo non è Ade, né Dede, ma LAIDE. La cronaca è intrisa delle sue laide manovre per circuire l'ignavo e abulico anzianotto protagonista, che, forse proprio per il suo carattere, è avvezzo solo all'amore prostituito, rifuggente da quello vero. Eppure si sente vivo nel tormento. Eppure la Laide lo rifugge, perché sebbene prostituta, anch'ella ha un'anima che si ribella agli incastri economici dell'accidioso vecchierello. Eppure la sua storia “d'amore” si conclude forse nell'unica forma per lui possibile di vero amore: la sorpresa dell'arrivo di un bébé. Ne fu tratto due anni dopo un film, il cui protagonista, un Rossano Brazzi in splendida forma, appositamente invecchiato, interpreta l'alter ego di Buzzati.


Consigliato a chi volesse capire i meccanismi di certi presupposti amori, solo malati, ai pittori di parole, a chi volesse ambire a descrizioni scritte efficaci come quadri ad olio, agli appassionati di "amore" mercenario, necessariamente virgolettato.

mercoledì 8 marzo 2017

PASSEGGIATA NEL DELIRIO

Provenendo da una famiglia cattolica e praticante, mi impegnai nel mio liceo Bertrand Russell come rappresentante degli studenti nel Consiglio d'Istituto tra le file di CL. Percepivo la teorizzazione dell'impegno nella lotta armata di alcuni compagni di scuola, che si autodefinivano "indiani", come l'Algranati, detto Kochise. Si era già negli anni del qualunquismo, dopo l'omicidio Aldo Moro infatti tutto veniva messo a tacere. Però ho sempre provato fascinazione per quelle persone così radicalizzate. 

Ho letto PASSEGGIATA NEL DELIRIO di Maurizio Rotaris che mi ha regalato tante emozioni ma anche tanta conoscenza. Eccone un breve estratto che, pur tra le incertezze di un non scrittore, riesce ad illuminare quel difficile tratto di storia italiana che furono gli Anni di Piombo con una testimonianza efficace perché diretta, direi persino da Prima Linea (e non è solo un modo di dire). Nonostante il mio impegno con CL, ho capito che fui in fondo anch'io un ultracorpo del disimpegno.
'“Il fenomeno della dissociazione dalla violenza politica fu un fenomeno tutto italiano di una grossa portata internazionale e storica, dove il livello istituzionale e governativo aveva saputo creare una cerniera di mediazione funzionale alla chiusura del fenomeno, diversamente da altri paesi (…) Purtroppo nel corso degli anni prevalse poi la rimozione e il fenomeno restò per i più incompreso e la storia di un'intera generazione politica andò nei decenni successivi ad assomigliare all'invasione degli ultracorpi.”

La copertina, nella sua rappresentazione assoluta di degrado, dimostra quanto un non autore come Maurizio Rotaris possa comunque realizzarne una efficace.

Il Rotaris ci tramanda una sorta di diario intimistico e personale intriso anche di impegno non politico ma addirittura bellico fino all'anno 1986, dipanato tra Milano ed Amsterdam, con tutto lo strascico di imprecisioni linguistiche che un non autore, in preda ai deliri degli stupefacenti, poteva annotare su foglietti di fortuna. Da quell'anno in poi, la narrazione diventa più letteraria, precisa, pulita, lucida, forse nettata da un editor, comunque pulita dagli stupefacenti. La vita del Rotaris cambia radicalmente, si fa coinvolgere dalle ronde salvatossici/ubriaconi/barboni attorno alla Stazione Centrale di Milano per diventarne man mano il paladino, fino a vedersi assegnare un locale sotto la stazione allo scopo accogliere i senzatetto. Fonda persino un gruppo musicale, lui che aveva trascorso la vita precedente a tentare di strimpellare qualcosa di rock: la cosiddetta BAR BOON BAND, per la quale riceve un riconoscimento. I tossici pian piano diminuiscono, ma i senza tetto immigrati aumentano. Il Rotaris ha assistito nel corso degli anni ai flussi migratori che si sono succeduti (e tutt'ora si succedono) alla Stazione Centrale di Milano. Animato da un sincero spirito di compassione, ha proseguito e prosegue la sua opera di recupero e consolidamento, non solo a livello delle vite stesse, ma anche delle peculiarità caratteriali di ciascun individuo.

Consigliato a chi pensa di essersi perso gli Anni di Piombo, le loro motivazioni profonde, a chi ha voglia di provare stupefacenti, a coloro che vogliono comprendere l'esperimento sociale che sta dietro ai flussi migratori.

mercoledì 1 febbraio 2017

MOLTE VITE, MOLTI MAESTRI

Pubblicato per la prima volta nel 1988, in Italia nel '97, MOLTE VITE, MOLTI MAESTRI – come guarire recuperando il proprio passato, appartiene a tanta letteratura che ha fatto della New Age un successo. A distanza di anni, e con la rivoluzione religiosa cui sono stata soggetta, lo riconosco come umanissimo e laico strumento di conferma delle teorie di reincarnazione. 

L'autore Brian Weiss ha in seguito sapientemente sfruttato l'onda, pubblicandone altri sullo stesso argomento, forse ripetendosi un po'. Inoltre, nello stesso libro talvolta gli capita di inserire il concetto dell'esistenza di un dio, come a voler spiegare il fenomeno con qualcosa di trascendente, azzerando di fatto, ma senza volerlo, il valore estrinseco della sua scoperta scientifica. 

Ognuno di noi può liberamente scegliere una dottrina religiosa di riferimento e se questa gli dà non solo conforto nelle difficoltà della vita, ma anche gli fornisce concretezza per superarle, sia la benvenuta. Il Weiss sembrerebbe non averne, si può intuire tuttavia una convinzione di fondo che forse gli deriva dall'ambiente di nascita e crescita di stampo cristiano, che in origine non ammette reincarnazione di sorta. Da qui origina il suo stupore e l'atteggiamento consolatorio che ne ricava per sé e per i suoi lettori. 

Tra le conclusioni che trae, spicca la seguente:
“La vita va oltre i nostri cinque sensi. Bisogna essere aperti a nuove conoscenze e a nuove esperienze. Il nostro compito è di imparare, di divenire simili a Dio attraverso la conoscenza (…) raggiungendo in amore i vostri compagni umani”.


Consigliato a chi ha paura della morte, a chi cerca una vera pienezza della vita, in armonia e pace interiore.