sabato 2 dicembre 2017

CORDE

Il mio editore di letteratura erotica preferito, Daniele Aiolfi, mi invia questa raccolta di racconti, CORDE, per EROSCULTURA, non facendomi premessa alcuna. Dal canto mio, intuisco dalla 
copertina, elegantemente fotografica, che si tratterà di sTorie legate allo Shibari / Kinbaku, antichissime tecniche giapponesi di legatura dei corpi a scopo erotico e sessuale. Sibilla Orifiammi, che ha tutta l'aria di essere uno pseudonimo, fa precedere ogni racconto da una citazione che comprende le corde e i legami d'amore.

Anticipato da Franz Kafka, il primo racconto si svolge nel 1659. IL BURATTINAIO riferisce di un vizioso che scopriremo essere stato in passato un assassino. L'autrice lo fa con abile tecnica narrativa, senza scordarsi di stuzzicare sapientemente la libido del lettore (ma accende anche il disgusto per la violenza).

Introdotto da Pablo Neruda, I LEGAMI DELL'ANIMA ci fa tornare nel contemporaneo. È un ignominioso ricatto sessuale tra una lesbica, una bisex e un maschio alpha che mette in risalto come le corde parlino di possesso di corpi e di anime.

DOPPIO ANELLO è immesso da un aforisma di Aurobindo Gosh (che non conosco, perciò, siccome socraticamente più so e più mi accorgo di non sapere, me lo vado a cercare su Madre Wiki), ed è la narrazione di... un doppio anello. Non dico di più, perché direi troppo.

L'EPILOGO non è all'altezza dei racconti, ma ce ne rivela il carattere. La lettura della bio mi conferma il sospetto di uno pseudonimo.


Consigliato a chi vogliosi ma stanchi di sesso vanilla, come lo chiamerebbe Ayzad, noto scrittore e giornalista di sessualità insolita, a ricercatori del piacere sottile ed elegante del Kinbaku, a chi volesse capire la differenza - non tanto sottile - tra sessualità femminile e quella maschile.

domenica 26 novembre 2017

NEVE SEGRETA

Questa volta mi accingo a scrivere la recensione di un breve romanzo di Giacomo D'Alia, un autore che conosco di persona da anni, consapevole di rischiare la mancanza di oggettività, cosa che evito
ogni volta. Come se non bastasse, questa persona ha compiuto nei miei confronti una manchevolezza che non ho ancora davvero perdonato. Cerco di predisporre l'animo in senso favorevole, come contro tendenza. Ma è solo al risuonare di quel passaggio che sento finalmente l'animosità abbandonarmi.

Che me ne importava se mamma non mi abbracciava mai e non mi dava i baci. Ero contenta così. Sarei dovuta crescere, avrei dovuto fissare i miei primi capelli grigi davanti allo specchio per capire quanto mi fossero mancati i suoi baci.”

Mi risuona dentro, perché anche a mia mamma per la più parte dei miei anni ho rimproverato la mancanza di gesti affettuosi.

Con una scrittura seria ed onesta, chiara e pulita, senza tanti fronzoli, l'originalità della narrazione si fonda sull'alternanza di tre spazi temporali distinti, caratterizzati tutti e tre da un'abbondante quanto inusuale nevicata, dato il luogo: una Roma sempre immota. E dalla ricorrenza di un segreto che non ci è dato di sapere, solo di intuire. Da qui il titolo.

Il 9 febbraio 1965 è il giorno in cui il D'Alia in un solo breve capitolo presenta la protagonista che racconta in prima persona le sue esperienze di bimba in età di elementari, con le sue piccole e innocenti manie, i cuoricini disegnati sui vetri col ditino, l'odio da sempre per il suo vero nome, Apollonia, quello che le piace e con cui invece la chiamano tutti, Lucia; la sensazione dei baffi di papà sulle gote, pungenti e intrisi di nicotina, la nostalgia di una mamma assente perché impiegata ad alto livello in banca; l'affetto di e per la zia accudente in casa quasi a farle da mamma vera, il villino dove vivono tutti e quattro. Due donne, sorelle, e un uomo, in un sereno e ben strutturato ménage à trois che mi insospettisce subito, ma resto in attesa degli eventi, sospendendo il giudizio.

Il 9 febbraio 1956, anno in cui il D'Alia usa invece la terza persona, ci parla di Adriana e Fausto, una coppia sposata e giovane, che vive in un villino, alle prese con una gran nevicata. Adriana esce di mattina presto per recarsi al lavoro di responsabile in una banca della capitale, cosa inedita negli anni '50 italiani. Direi persino abbastanza inedita oggi, avendo compiuto il giro di secolo e sessantanni dopo. Infatti, viene presentata come donna determinata perché ci va a piedi, nonostante neve e gravidanza, nonostante le sagge raccomandazioni del marito Fausto.

Il 24 gennaio 2009 il D'Alia torna alla narrazione in prima persona: capiamo che è Lucia, la bimbetta ormai donna. Da cuoco esperto d'alta cucina letteraria, il D'Alia ci soffrigge poco a poco, aggiungendo tanti piccoli ingredienti che fanno la differenza: alcuni dettagli toponomastici, il villino abitato da due sorelle anziane, quel cancello cigolante, il cartello vendesi, l'attesa di un partner che sappiamo già non verrà.

Si direbbe quasi un giallo perché crea la giusta suspence con lettere segrete nascoste tra libri, sussurrati segreti, lotte armate non proprio segrete e padri magistrati che non tanto segretamente difendono figlie scapestrate. Lucia è una di queste che, altalenando tra bande armate e bulimia e anoressia, tenta di uccidere l'alta borghesia dove nacque, annientando se stessa.

Il D'Alia è davvero un gran Alchimista, in perfetto equilibrio tra sentimenti contrastanti (l'odio/amore per i genitori - quali? - e verso la società, gli affetti per partner mai puntuali e per figli mai nati), ma soprattutto per aver interpretato con precisione millimetrica tre figure femminili pur essendo uomo. Ma il mio plauso va per aver saputo utilizzare con maestria regole paradigmatiche ben note, stravolgendole. Mai infatti passare da una narrazione in prima persona ad una in terza. Eppure il D'Alia ci riesce benissimo.

Solo un paio di piccolissimi e irrilevanti appunti, che avrei potuto benissimo tralasciare, se non dovessi mantenere alta la mia figura di implacabile recensora. Tre errori sfuggiti all'Editor, uno non me lo ricordo, ma so che c'è; un “se”, riferito a “se stesso”, ma senza stesso: quindi avrebbe dovuto supportare l'accento acuto del sé; una parola tronca senza sillaba finale. Ma quello che più mi “infastidisce” (e lo metto appositamente virgolettato proprio perché è un niente), è l'uso della parola dialettale “sgrullare” quando Pepe, il cagnolino di Lucia, compie l'azione di scuotersi via l'acqua dal pelo. Nulla da eccepire: si tratta di un normalissimo dialetto italiano, a dire il vero sentito quassù al nord solo al termine di una delicata operazione maschile quando scarica i propri liquidi dall'apparato. Fin qui niente di male, ma la ricchezza di vocabolario del D'Alia si smentisce quando ripete ad oltranza questo verbo, sebbe l'italiano sia ricco di sinonimi: scuotere, scotolare, agitare, sbatacchiare, scrollare, dimenare... e via dizionariando.

Consigliato ai ricercatori dei sentimenti, agli scopritori del significato di intimità, agli indagatori di beghe familiari.

martedì 7 novembre 2017

BORIS E LO STRANO CASO DEL MAIALE GIALLO

Volutamente, non parto mai con una nuova lettura sapendo di che si tratta. Voglio lasciarmi sorprendere, se mai dopo tanto esercizio si riuscisse ancora a farmela. L'innocenza da lettrice si infranse anni fa sugli scogli di Fëdor Dostoevskij.

SPORTELLO 12: Un incipit di quelli fulminanti che ti fanno venir voglia di leggere tutto&subito ma che anche ti dipingono una protagonista così puntigliosa da annotare tutte le sue potenziali azioni prioritariamente elencate sulla Moleskine da cult scrivano, a ribadire uno splendido concetto da scrittore: “il coraggio e la follia sono due lati della stessa medaglia”. Poi scopro quasi delusa che è solo un racconto di tanti. E che BORIS E LO STRANO CASO DEL MAIALE GIALLO è solo il titolo di un racconto di tanti.

TANGO, AMORE, CACIO E PEPE: “Si può amare con il silenzio, con una finta disattenzione, con una distanza che è più di un abbraccio?” Commossa io e non vi dico perché. Dovete leggerlo.

PERSO MA NON BATTUTO, ovvero un racconto fondato su alternanza e rimandi di due punti di vista. Sul dubbio: “Perché se poni la domanda giusta, eh... Dopo sei fregato. Mi concentro. Poi la sento arrivare. Sono un tutt'uno. Essenza e forma, sostanza e idea, contenuto e domanda. ** Perché avere paura?”

DI GIUNCHI E DI GINESTRE: Tra rimandi letterari e dotte citazioni, questo racconto riesce ad inglobare la disperata dispersione delle anime di vecchi con Alzheimer e di un giovane, Andrea, che si trova assieme a loro perché orfano. “... li porterei anche a Santina, Antonio, Giovanni, Francesca, Nina, Silvana, Piero, Annina, Giuseppe, Ferdinando, Rosaria, Anita per vedere l'effetto che fa la vita che va via.” Sembra di sentire una canzone di Enzo Jannacci, in versione malinconica. 

Poi si inaugura una nuova serie di novelle a sfondo carcerario, fatte di umanità strappate e amicizie inconsuete.

Qual è il massimo comune denominatore di ospedali, caserme, scuole e galere (e io aggiungerei banche e aeroporti, se negli ultimi anni non avessero deciso di renderli più “amichevoli”)? Se lo chiede la Iannetti in L'ABITUDINE ARRIVA SEMPRE PUNTUALE. Individua tanti elementi di disagio e li descrive rigorosamente, concludendo: “Qui niente è facile: gesti, sguardi, persone sono illuminati da un'altra prospettiva. Si chiama discrezionalità, o potere.” E ancora: “Ma il vero controllo, qui, la vera prova è quella sull'anima. E puoi avere tutte le monetine che vuoi da togliere dalle tasche. Non serve a nulla, quando entri in carcere.”

Del racconto LA PRIMA VOLTA CHE SONO MORTO nulla vi dirò: è troppo efficace per passare tra parole scritte da altri. Vi colpirà come un pugno allo stomaco, ma chiuderà con la speranza.

Le ultime novelle tornano al tono scanzonato degli inizi. Carine, ma non eclatanti, purtroppo lasciano al lettore la sensazione di aver letto qualcosa di scadente, quando in realtà sarebbe stata sufficiente una diversa successione dei racconti, lasciando per ultimo LA PRIMA VOLTA CHE SONO MORTO. E' un consiglio che mi sento di dare al curatore della collana.

Consigliato a inveterati lettori di racconti ben paradigmatici, a fantasisti delle carceri,a funamboli della parola.

venerdì 27 ottobre 2017

M'ILLUMINO DI MENSOLE

MATTINA è un composizione di Giuseppe Ungaretti composta di due soli versi: “M'illumino d'immenso”. Roberto Marzano si è divertito a trasformarla. Un Poeta Maiuscolo deve partire dai Grandi, parafrasandoli. Un Poeta Maiuscolo e Ironico, anzi, Auto-Ironico deve creare poesia giocando e divertendo i suoi lettori. Giocate allora a riconoscere l'ispirazione parafrasata di questi versi:

Dove si sta
come d'estate
le uova strapazzate

Provare ai denti quanto sia “dolce il naufragar”

L'azione del divertire va intesa secondo il suo stesso etimo: dal latino divertĕre ‘volgere altrove, deviare’, non solo fisicamente, nel senso dello spazio, da un'altra parte, in luoghi altri dal solito, ma anche mentalmente, allontanarsi dall'abitudine del quotidiano, dal già detto, dal già fatto. A tale scopo, se la tradizione poetica del romanticismo utilizzava un linguaggio aulico, quella dei moderni cercava di scardinare l'aulico con accostamenti inusuali (l'immenso che illumina), quella dei contemporanei gioca con le parole grazie a ironia e auto-ironia. In questo atteggiamento, si inserisce il Marzano, già dal titolo della silloge, lo stesso del componimento d'apertura che riporto integralmente:

M'ILLUMINO DI MENSOLE
M'illumino di mensole
- il sole non mi basta -
degli scaffali densi
di tomi tosti esposti
a polvere di occhi
che li hanno divorati
in ore di abbandono
a cuore palpitante
di mensole m'illumino
dei dorsi rossi e gialli
affastellati in file
dall'equilibrio incerto
e nell'angolo più bello
lampeggiano i più amati...

Confesso di aver minuziosamente passato al setaccio della mia libresca cultura i tomi rappresentati nella foto che accompagna questa poesia per scoprire quali siano “i più amati” dal Poeta ma, oltre ad un Thomas Pinchton ed un Pirandello, non sono riuscita a trovare l' “angolo più bello”. Il Marzano applica la regola del divertĕre: superata la metà della poesia, il titolo si ribalta, diventando “di mensole m'illumino” ribadendo il concetto che per un letterato, più che l'immenso, conta la materialità dei libri, opportunamente supportati da scaffali, mensole appunto.

In un'altra poesia, CLONAZIONE DA TIFFANY, il Marzano ancora gioca sulle assonanze, parafrasando un noto film di successo, allo scopo di attuare una sferzante critica sulla contemporaneità, che ci vuole tutti omologati negli affrettati consumi di tutto, cultura compresa:
per tuttologi emergenti dall'etere fognario”
se hai, sei, se non hai, che vivi a fare”.
Critica sociale feroce che torna in altri componimenti, come RAGGI X contro bavosi baciapile o LA MIA GENOVA che denuncia le manganellate della polizia, o CASE IMPOPOLARI contro il degrado strutturale, LISABETH che contrasta razzismi e violenza,

Lasciatevi sorprendere da LA PRESA DELLA PASTIGLIA (sì, Pastiglia, non Bastiglia) che non vi riporto qui, perché è un concentrato del sistema a divertĕre, con continui ribaltamenti di significato, fonetici rimandi inaspettati, perfino citazioni televisive.

E qua e là, l'autoironia la fa da regina, come in A CHIEDERMI IL PERCHE', in cui, dopo aver elencato diverse azioni amorose e romantiche che avrebbe dovuto compiere, ci riporta la sua amara scoperta:
ma, non avrei dovuto dimenticare l'ombrello
e trovarti avvinghiata a quello del piano di sopra
sul pavimento nudo della cucina,
no, non avrei dovuto...”

O ancora auto ironia, in IL CONGUAGLIO, dove una coppia, a causa di subitanei licenziamenti in tronco, si dibatte tra bollette impagabili e pensieri suicidi:

A nulla è servito barcamenarci
tra gli sconti e le offerte sempre più audaci
(...)
ora siam qui di fronte alla finestra
indecisi se aprirla e buttarci nel vuoto
o chiuderla bene e aprire il fornello
trovando nel gas un qualche rimedio
ma facciamolo subito,
prima che taglino anche quello...”

E ancora giochi di parole attualizzati in DOWNLOVE – l'amore ai tempi di Facebook e in COSCE DI POLLOK, oppure in CATETI INCERTI, dove il Marzano alterna a bella posta conoscenze matematiche artistiche o informatiche.

In PRAMA IAGA prova con la metasemantica alla Fosco Maraini, sebbene debba ammettere non con lo stesso risultato. Meglio ne IL BLAMIO SINTO.

E tra “brivido etilico” de UN UOMO CORRETTO (verrebbe a dirsi come il caffè), lezioni di punteggiatura ormai dimenticata da tutti ne IL TUTTO, “tagliando ben sottil l'indivia amara/distratto lì m'affetto un polpastrello” ne L'INSALATA CON DITA, “le stazioni sono purgatori di silenzio/macchiati dal gracchiare degli altoparlanti” per introdurci alla visione dantesca della strage di Bologna in NE AVREI AVUTO IL TEMPO, alcune monovocaliche, o monoconsonantiche, esercizi cari al Marzano, lezioni di grammatica e lessico in PROTESO ALL'INFINITO, un altro titolo fallace SCEMI DI ZUCCA, una A TUA SORELLA che voglio riportare per evidenziare il gioco (che il Marzano adora spesso fare) dei concatenamenti illogici:

E se un'ombra di logica perVersa
un po' di sangue freddo polaRe di picChe
hai combiNato sotto il segno dei
pEsci subito da questa stanza da letto
a due piazze d'armi da fuoco e fiamMe
lo aspettavo il treno in riTardo
MedioEvo/lution-Turbo la quiete pubblica
il tuo roManzo allevato a terra dei caChi
tace acconSente/nza definiTiVa bene
che non se n'è acCorto circuito chiuso
per ferie al mare e Monti a cavallo
di Troia lo dici a tua sorella!

mi accorgo che, tranne nell'ultimo esempio, un'imprevista quantità di poesie termina con tre puntini di sospensione … come se non fosse finita, forse a significare l'estrema prolificità del Marzano.

Fino a SON'ETTO dove l'autore si sperimenta col sonetto endecasillabico appunto, ma stravolgendo quello dantesco. Conclude con una poesia in sorta di epitaffio, a conferma della propria auto-ironia, ma non ve la riporto. Leggetela con la gioiosa mestizia di chi ha compreso l'animo del Poeta.

Consigliato a chi ama mettersi in gioco, a chi ama scoprire l'animo umano celato tra le pieghe dell'ironia, a chi ama rinverdire i rimandi poetici che fanno della Poesia, STORIA.

giovedì 26 ottobre 2017

LA CARTOMANTE

Un mini libro che contiene un solo racconto: l'idea, che trovo geniale, mi giunge da Paolo Brera, direttore della collana Pangea per il GRUPPO EDITORIALE VIATOR. Innanzitutto, le ridotte dimensioni della pubblicazione la rendono maneggevole pari ad uno smartphone. Già la carta aveva battuto gli eBook, ma qui siamo al vincere facile. Il testo originale in portoghese con traduzione a fronte, lo rende accattivante. Per inciso, la collana Pangea ha come sottotitolo: racconti da tutta la terra, non a caso. In più, la copertina, che riproduce una bella donna agée, pesantemente truccata e abbigliata alla tsigana, come ci si immagina le cartomanti, lo innalza sempre più verso la vittoria. 

L'aspetto non smentisce il contenuto. Scopro questo immenso autore brasiliano J.M. Machado De Assis tramite il suo tanto breve quanto fulminante racconto, che suppongo accuratamente selezionato dal Brera, letterato poliglotta dalla sconfinata cultura. Me lo conferma nella sua prefazione, un gioiello del gioiello intitolata REGOLA NUMERO UNO, L'IRONIA, ovvero la filosofia non solo del Machado, ma di Paolo Brera. 

Pertanto, per la prima volta nella mia carriera di recensora, mi risolvo di non parlare de LA CARTOMANTE, rischiando lo spoiler, ma della dotta eleganza di una prefazione che ci spiega le proporzioni ciclopiche di un autore, dei motivi per cui la intellighenzia europea lo dimenticò per tanto tempo e anche dei motivi per cui l'autore è da considerarsi immenso. 

Ma insomma, leggetelo! Per parafrasare una trovata del Brera, “se vi potessi dire ogni cosa io...” Machado non avrebbe avuto bisogno di scriverlo.

Consigliato a chi ha poco tempo da dedicare alla lettura ma ugualmente non vuole rinunciarvi e che vuole tenere allenate le sinapsi con l'ironia.

lunedì 23 ottobre 2017

FRAMMENTO DI NOI

Raduno qui tre recensioni passatemi da LETTERE ANIMATE solo perché le prime due sono immeritevoli. Eppure, la home del sito recita: “La nostra mission è quella di ricercare, valorizzare e diffondere le migliorie storie in grado di emozionarti.” Nobilissima mission, peccato sia disattesa da due romanzi su tre. 

LOST MEMORIES – RICORDI PERDUTI di Sergio Serra

Fin dalle prime righe si può intuire se un romanzo è ben scritto, se ha una gradevole selezione lessicale, se un'avvincente costruzione di avvicendamenti, senza prendere in considerazione ciò che di personale può avere un autore per esempio nella lunghezza dei periodi (non c'è preferenza per corto o lungo, nel giornalismo di preferisce il corto, nella saggistica il lungo, nella scrittura cinematografica e nella narrativa il corto perché più incisivo. Tuttavia Proust ne scrisse di lunghissimi e pure contorti, inaugurando quello stile improntato al flusso di coscienza che Joyce assumerà a tratto distintivo). Quindi sono aperta a tutto, tranne che alla mancanza di eleganza. E LOST MEMORIES ne è un rappresentante, specie se l'autore per esprimere un concetto, lo ripete diverse volte nell'arco di poche righe. A mero esempio, il concetto di essere titubante nel non voler disturbare qualcuno, è ribadito in tante noiose salse:

Sono titubante, potrei disturbarlo. Lui è con la sua famiglia e potrei dare fastidio. Saranno a tavola davanti a un bel pasto fumante con la tv accesa che mangiano, mentre ridono e scherzano della giornata che ognuno di loro ha passato. La mia presenza bloccherebbe quell'entusiasmo confidenziale e l'attenzione si concentrerebbe su di me. Sicuramente mi accoglierebbero con facce sorridenti anche se credo che quel sorriso sarebbe solo una facciata per nascondere in realtà il loro disappunto di avermi tra i piedi.”

Il tutto conferisce un'aura un poco inceppante alla narrazione.
Subendo l'ennesimo esercizio di riavermi dalla noia e dalla mancanza di eleganza, arrivata alla pagina 57 esercito il mio diritto di lettrice sancito dall'eccelso Daniel Pennac di abbandonare il libro al suo tristo destino. Passo al successivo.

SOTTO LE SABBIE DI MARTE di Riccardo Cavalleri

Sono anni che vorrei sperimentare le mie capacità narrative in un genere che amai tantissimo durante l'infanzia e l'adolescenza, specie in cinematografia: la fantascienza. Così, se mi capita di imbattermi in un titolo che vi allude, lo leggo volentieri per formarmi, per imparare. Mi sono da anni prefissata l'obiettivo di leggere la saga DUNE dell'eccelso Franck Herbert, visto dapprima al cinema, e più ancora il suo LITANIA CONTRO LA PAURA, che, mi dice una voce autorevole, pare “sia al di là di qualsiasi altro romanzo di fantascienza abbia letto.”

Ehi ehi un momento” lo interruppe Roberto “Cosa ne sa lei del mio computer e di quello che facciamo?”
Smith fece una faccia annoiata “signori sono della CIA … Vi devo spiegare tutto? Quando è entrato nel database della nostra agenzia … ah e le assicuro che ci sono state delle oscillazioni nel nostro sistema in questi giorni, non penserà certo che un professore e un hacker da quattro soldi possano violare volontariamente le nostre difese … Comunque in un modo o nell'altro ha avuto accesso, ripeto, grazie a problemi nostri non ad abilità vostre ...”

Dalla fantascienza mi aspetto tecnicismi precisi e puntuali alla Jules Verne e alla Isaac Asimov, oppure visioni deliranti alla Philip D. Dick, non raffazzonate affermazioni come quella sopra esplicitata. Arrivo alla pagina 44 ed esercito il mio sacro diritto di lettrice. Bye Bye, libro dal tristo destino.

FRAMMENTO DI NOI di Julia B. Williams


Il terzo romanzo invece è del genere erotico, con una bella copertina ammiccante e non volgare, narra dei normali avvicendamenti tra coppie, tra nuove e vecchie conoscenze, amori emergenti, sposalizi e suocere arpie, introducendoci una protagonista dall'aspetto gradevole con i capelli rossi e ribelli, non necessariamente dai canoni classici della bellezza, ma intrigante per sfacciataggine, schiettezza, impulsività, spigliatezza, poliglottismo e sulle prime in cerca di lavoro. La narrazione si apre infatti sul suo colloquio: “La donna che mi stava di fronte scorreva il dito sul mio curriculum vitae; sembrava molto interessata a cosa non avrei saputo dirle.” Dire, non DIRLE, il che mi accende un primo campanello d'allarme sulla qualità dell'Editor. Poco dopo un secondo campanello: “... l'unico componente di quella famiglia che apprezzassi, apparte l'uomo che avevo davanti.” Apparte? Un neologismo che temo l'Accademia della Crusca non approverebbe. FAPPARTE di quei neologismi come sennò, avvolte e via sba(DI)gliando. Amerei leggere un romanzo erotico esente da queste sciocchezze. Come IL CLITORIDE CATARO nessuno mai. O chissà, forse il mio, anche se al momento pare non si tratterà di un libro nel senso classico del termine.

La punta del pene sbatteva contro la parete dell'utero. Ci sono donne che soffrono quando queste due parti vengono a contatto. L'unica cosa che suscitava in me era piacere, piacere, piacere. Gli affondi divennero svelti. Sapevo che si stava avvicinando all'orgasmo. Negli anni avevo imparato a riconoscerne il ritmo. Mi strinse i seni aggrappandosi con tutto se stesso. Uscì un attimo prima che il getto di liquido seminale mi schizzasse nel ventre, ebbi l'impressione che si rilassasse completamente; un debole gemito gli uscì dalle labbra. Non so da quale parte del completo tirò fuori un pacchetto di fazzoletti umidificati. Si dedicò prima a me che a lui, attento mi sollevò i jeans risistemandomi la maglietta.” A parte certe definizioni anatomiche che sembrano più vicine ad un poco elegante manuale di ginecologia che non a un romanzo erotico, finalmente un'autrice pornografica dalla parte dei gusti delle donne.

Si susseguono svariate scene di sesso, con un senso spiccato dell'erotismo al femminile. Senza riportarle singolarmente, avverto azzeccata questa descrizione dello spegnimento cerebrale e del cedimento dei sensi. In questo caso,durante il delicato momento del tradimento:
La parte sensata di me si era presa una pausa. Ero nella merda. Tutto ciò che volevo in quel momento era che mi toccasse come non avrebbe dovuto.”
o ancora: “La colpa mi vestì come fosse stata visibile.”
Questa scrittrice sa esattamente cosa succede in una donna che tradisce e lo conferma anche quando descrive le sensazioni della tradita.
Roma e Firenze sono due luoghi da sogno, “esotici” nel miglior senso letterario.
Al primo terzo dello script, il primo colpo di scena. Con uno stratagemma legato a Firenze, il fedifrago Adriano conquista una notte d'amore con la fedifraga Greta.

Scesi le coppe del reggiseno.” Un inusuale transitivo per un verbo intransitivo. Controllo su LA CRUSCA che, nell'analisi della modalità transitiva per verbi intransitivi (scendere, salire, uscire, entrare), mi dà conferma dell'errore: “La posizione dei lessicografi contemporanei nonlascia dubbi: per quanto di impiego tanto rilevante da essereregistrato (pur con le differenze segnalate), nessuno di questi usiviene "promosso" al livello della lingua comune.”

Sapevo che era troppo presto, non avrei dovuto essere tanto impaziente se desideravo che ricordasse quella notte per tutta la vita.” A pensare qui è un uomo, ma con pensieri da donna.
Credevo che la forza delle sue spinte mi avrebbe fatta strillare di dolore, ma il copro non la pensava allo stesso modo. Non ero mai stata trattata così, la violenza con la quale mi fotteva era talmente eccitante da farmi vergognare di ciò che provavo.”

Intrigante lo stratagemma di far raccontare lo stesso episodio da più voci parallele, così che il lettore possa farsene un'idea circolare da diverse prospettive. Mentre le scene di sesso tra fedifraghi sembrano piene di passione, quelle di sfogo invece sono avvilenti.

All'ennesima difficoltà da Editor (un “si” senza l'opportuno accento), smetto di prenderne nota e proseguo la lettura.

C'è un netto cambio di registro. Adriano tradisce per tutto il viaggio di nozze la sua mogliettina australiana, rendendosi conto di aver sbagliato a sposarla, costretto tuttavia da un fantomatico ricatto, che il lettore può solo sospettare e che mai si palesa. Greta lascia il fidanzato storico proprio mentre lui le chiede di sposarla di fronte ai genitori. Dal momento in cui i due fedifraghi si abbandonano, la storia vira verso l'auto-realizzazione della protagonista, che raggiunge in Irlanda il nonno, rude lupo di mare da una vita. Greta accetta la sua nuova vita con impegno e dedizione, per la prima volta sale su un peschereccio e diventa unica pescatora donna di un equipaggio di soli uomini. In Irlanda pare che la donna in barca porti sfortuna, ma Greta e suo nonno e l'equipaggio tutto sfidano la sorte, portando a casa un grosso bottino di pesca.
Adriano abbandona la mogliettina australiana, ottiene dal datore di lavoro l'aspettativa di un anno e cerca di raggiungere Greta in Irlanda.

Greta si lascia talvolta travolgere dal ricordo di Adriano. Si direbbe non sia il ricordo di un amore, ma di una passione di pelle, carne, occhi, respiri, in una parola, di superficie. Anche Adriano ha lo stesso tipo di emozioni di superficie. Fino alla tempesta. Improvvisa. La scazzottata, improvvisa come la tempesta, ma ingiustificata se non dal nervosismo impotente di chi è rimasto a terra. Poi il salvataggio dettato dalla pressante smania del setter del nonno e di Adriano e le emozioni incontrollate del lettore. Bella costruzione carica di tensione che determina un ulteriore cambio di registro. Greta e Adriano sentono per la prima volta di essere innamorati, non più emozioni superficiali, ma sentimenti profondi che li portano a decidere per il futuro assieme. E vissero felici e contenti, in Irlanda, con la benedizione del nonno. In generale, un romanzo discreto, che stenta a decollare perché punta soprattutto sulle scene di sesso senza storia. In seguito, quando la storia c'è, le scene di sesso passano in secondo piano rispetto al plot, senza però diminuire in quantità e intensità. E qui risiede il merito dell'autrice, Julia B. Williams, uno pseudonimo forse perché in Italia il sesso è ancora monopolio di puttane e froci.

Consigliato a chi vuole leggere di sesso ben scritto, senza ovvietà e senza turpiloquio, senza per questo penalizzare la vicenda.

martedì 17 ottobre 2017

I GIORNI DELL'ALTA MAREA

Ricevo dall'ottimo Alvaro Zerboni che conosco come direttore della collana erotica di ATE e che ho già favorevolmente recensito, a lungo al comando di nota rivista erotica internazionale, questo romanzo breve che lui stesso definisce appartenente al genere giallo. A prescindere che dopo CALDO AMARO di Sara Ferri ogni giallo mi viene a noia, quello di Zerboni non vi si sottrae, caratterizzato in peggio da un incipit rutilante e inutilmente verboso, con così tanti avverbi da inimicarsi qualsiasi produttore cinematografico. Colgo però il forte intento visivo, come se fosse un film. Incoraggio lo Zerboni, se mai volesse davvero proporlo alla cinematografia italiana, di asciugarlo in avverbi e aggettivi, perché per tutto il resto piacevolmente si avverte deciso, per usare una terminologia a me cara, ovvero quella di cinema, il “movimento di macchina.” 

Il romanzo breve non smentisce l'atteggiamento erotico dello Zerboni che, pur non addentrandosi in particolari scabrosi, fa giocare il protagonista Vittorio non tanto come l'antiquario che è, ma come un generoso playboy. La tutto sommato semplice vicenda si svolge tra le via Margutta, via del Babuino, Piazza del Popolo e il suoi locali, da Rosati al Casina Valadier di Monte Mario di Roma, fino in Svizzera nella Ginevra antiquaria e da qui alla Londra di un collezionista cinese, passando per una crociera privata nel golfo dell'Argentario (che diventa pretesto dello Zerboni per mostrarci meraviglie non solo paesaggistiche), ad inseguire una rara opera giovanile di Antonello da Messina accompagnandosi ad organizzazioni di criminalità organizzata.

Se l'eccellente copia di un dipinto riesce a dare le stesse emozioni del suo originale, non vedo dove sta l'imbroglio!” Zerboni mette in bocca al suo personaggio Marcello Silvestri detto “Sòla”, quotato creatore di “falsi originali” una “teatrale concione” contro la contemporanea società, fatta “di ricattatori, di corruttori, di sfruttatori, di canaglie, di prepotenti, di trafficanti e di spacciatori di droga... ogni tanto affiora qualche scandalo che riguarda per lo più un operatore economico che con l'appoggio politico ha ottenuto appetitose commesse arricchendosi di colpo... ma poi viene messo tutto a tacere. Comunque quello che viene fuori rappresenta soltanto la modesta punta di un enorme iceberg. 'Ndrangheta, camorra e mafia controllano intere regioni e interi settori della vita pubblica, il mio lavoro in confronto è uno dei più puliti e inoffensivi. Io, in fondo, riproduco un'opera d'arte, scusate l'immodestia, alla perfezione.”

Lo scrittore mette a frutto la propria capacità descrittiva e l'amore che prova per la Città Eterna: “In quella stagione e a quell'ora l'intera città sembra sempre stemperarsi in una luce dorata che tutto avvolge, impreziosendo ogni cosa di uno struggente caldo languore. Abbagliavano al sole le rosse tonache di giovani preti canadesi che uscivano dalla chiesa di Santa Maria del Popolo; due pulmann sembrava che non smettessero mai di scaricare un brulicare di turisti accanto a una delle fontane laterali; alcuni ragazzi si baciavano sugli scalini alla base dell'obelisco centrale; le carrozzelle erano in attesa di clienti. Completava la scena un venditore ambulante di palloncini che cercava di guadagnarsi la giornata avvicinandosi, come per caso, con il suo variopinto e invitante carico, ai bambini accompagnati.”
scadendo però qua e là in errori da basso Editor: “... volevo dimostrare in qualche modo la mia riconoscenza a Marina Stern, con un pasto degno di … cher Maxim.” Casomani, sarà chez Maxim. Tuttavia riesce a parlarci di tematiche a lui care: la storia di Roma Antica, l'arte del Quattrocento, la bellezza delle donne.

Finale frettoloso, consolatorio (due difetti in uno) parzialmente compensato dal fatto che, almeno, è aperto.


Consigliato a lettori non troppo pretenziosi in fatto di gialli, ad amanti della storia di Roma, a collezionisti d'arte quattrocentesca.

giovedì 12 ottobre 2017

LA FIGLIA DEL PARTIGIANO O'CONNOR

Ormai sono abituata agli incipit di Michele Marziani, (altre recensioni relative a suoi romanzi qui, qui e qui) mai eclatanti, mai sopra le righe. Ogni suo romanzo inizia in una dimensione meditativa in sordina. Direi “quasi Irlanda”, come “quasi Irlanda” è la copertina, particolare di un landscape del pittore gallese H. A. Whittle (Henry Armstrong) XIX secolo. In questo caso, nelle trentatré tonalità di verde dell'Irlanda. Dedicandolo ad un certo Christy Moore*, che scoprirò essere un cantante irlandese di ballate, Marziani ci introduce di soppiatto nella vita di un'anziana vedova, Pablita O'Connor, irlandese da parte del padre Malachy, fin dalla nascita in Italia sul Lago D'Orta che, una volta libera dall'attività** del marito (cui pensa con il rammarico delle occasioni perdute “Quante cose non si erano mia detti nella vita passata insieme.”), prende a riscoprire le proprie origini, attraverso un viaggio induttivo che la porterà sulle impronte del papà. Il nome spagnolo e un dettaglio delle prime pagine che passa quasi inosservato, costituiranno due gradevoli colpi di scena, nella classica tradizione paradigmatica della narrativa.


... il vino fa effetto: la porta con sé nel mondo dei sogni. Ed è lì che si vede attorniata da corteggiatori, tutti con i baffi, ognuno con diverse divise, chi da carabiniere, chi da benzinaio ma con le mostrine da generale dei benzinai, chi da capitano dei veleggiatori che non si sa chi siano ma lei nel sogno sa che è quello lì e poi i miliziani fascisti col fez che parlano con quelli spagnoli e tutti si chiedono chi sia questo Occone e da dove venga e subito dopo averlo chiesto gli uni agli altri vanno da lei e la baciano e lei si lascia baciare mentre papà se ne sta seduto sul ponte di una nave e cerca invano di dire O'Connor ma la voce non gli esce, allora prende fiato e più prende fiato e più gli manca il respiro e non riesce. Prova ad urlare ma l'urlo gli si soffoca in gola finché alla fine esce strozzato ma esce: “O'Connor, O'Connor!” grida così forte che Pablita si sveglia e si ritrova seduta sul letto. Sudata. Forse il vino era troppo. O troppo buono.”

È un romanzo on the road che ci accompagna nel sud Italia, a Ventotene, dove il padre fu confinato cambiando cognome, poi a Barcellona, dove durante la guerra civile spagnola l'uomo combatté al fianco delle brigate contro il regime, poi in Irlanda, dove infine Pablita si conosce e riconosce. È la prima volta della sua vita che Pablita viaggia. Parte nonostante i timori della figlia Anna, che la sconsiglia. Parte nonostante le attenzioni speciali di un amico di sempre che vorrebbe baciarla. Parte nonostante non abbia mai preso un aereo. Parte nonostante non abbia mai viaggiato in barca. A Ventotene ci arriva in aereo, che visiterà in barca a vela. A Barcellona, altro aereo. Grazie alla statua di Cristoforo Colombo sulla Rambla mediterà sull'importanza del viaggiare: “Lei guarda ammirata perché la statua mostra la grandezza del viaggio.”
In questa città conoscerà Manuel, partner di una nuova amica, che le intriga, ricambiata. Emerge la sua civetteria, la sua voglia di rimettersi in gioco. Accetta un appuntamento: “E' ormai sotto la doccia cercando di rendersi presentabile. Userà due gocce di essenza di lampone. Chisseneimporta se sta meglio alle ragazze.”

Con la figlia intrattiene rapporti via e-mail, rari solo perché desidera che non si preoccupi. Vorrebbe spiegarle di più, ma capisce che non servirebbe: “Allora si siede davanti al terminale, chiede un caffè. Per la prima volta dopo un sacco di tempo ha veramente tantissime cose da fare. Da mettere in fila. Sorride e il suo sorriso sembra una smorfia, uno sberleffo. Sente in fondo alla pancia il dolore dell'assenza di Manuel ma quel dolore non le fa più male. Sta andando a casa. Non in paese. Ma nella casa dalla quale è uscito suo padre per scrivere la propria storia.”

Nei pub irlandesi si accorge dell'universalità dell'essere umano, in qualunque angolo della Terra si trovi: “Ecco, pensa, c'è una logica da Pro Loco universale, che vale sul lago d'Orta e nel centro di Dublino. Lo pensa e immagina un grande regista di spostamento delle persone alla ricerca di una socialità sempre più fasulla.”
Da questa affermazione in poi, per il tramite dei pensieri di Pablita, Marziani ci spiega la sua ottica nei confronti dell'attuale società. “E adesso si chiede che vorrà dire tutto questo mescolarsi di mondi, di donne, di nazioni. Poi pensa che le nazioni e le nazionalità a volte vengono come le malattie e ti portano via e comunque ti cambiano la vita senza che tu lo voglia.”
In questo via vai, Pablita farà una scoperta inaspettata: “Sei la benvenuta. A una condizione: neanche una parola su Malachy O'Connor, né su tuo padre né sul mio.”
Marziani conclude il rapporto Pablita/madre e Anna/figlia con un colpo di scena e una cartolina, che recita così: “Enjoy your life. It doesn't last. C'è scritto sulla cartolina che Anna sta leggendo. È arrivata dall'Irlanda. Sullo sfondo c'è il mare.”

Consigliato ai viaggiatori di conoscenza, a chi conosce l'Irlanda per riconoscerla, a chi non la conosce ancora per imparare ad amarla, a chi sente avvicinarsi la fine di una vita inutile per viverla meglio fino all'ultima goccia. Anche se sapesse di lampone.

*Christy Moore e LA QUINTA BRIGADA

**Una ferramenta alieutica: se non ne sappiamo il significato, Marziani ci lascia liberi di cercarlo sui nostri vocabolari.

martedì 10 ottobre 2017

L'ELABORAZIONE DEL TUTTO

Questo titolo suona sinistramente, almeno secondo il comune sentire, come l'elaborazione del lutto, come se un lutto, sia esso la separazione fisica o morale da una persona cara, fosse qualcosa di irreparabile, ineluttabile, tragico. Personalmente, ho provato ad elaborare più lutti, sia di morte che di separazione fisica da un amore. Non è irreparabile: tutto si aggiusta, basta volerlo. Non è tragico: la vita con la sua impermanenza ci abitua a gestire le frustrazioni.

Forse è ineluttabile, perché la sofferenza della morte è una delle poche cui non si può porre rimedio, se non accettandola. Ebbene, le parole scelte magistralmente dall'autore Luca Bresciani sono precisamente irreparabili, ineluttabili, tragiche proprio come un lutto. Ma sono il TUTTO. Già il titolo allora è vincente.

“A chi cambia se stesso per cambiare il mondo”. Il libro esordisce con questa dedica, profondamente umana, vera e verificabile.

Una silloge di parole necessarie, stringate, bastevoli a se stesse. Questa la definizione a caldo dell'opera del Bresciani, che si conferma anche a freddo, alla seconda lettura. E poi anche alla terza. Poesie come mini poemi, nel senso della lunghezza. Un titolo con commento sottotitolato, riportante l'aforisma di personaggio famoso, forse l'unico difetto dell'opera, perché ho sempre l'impressione, come ho già avuto modo di dire nel recensire STUPIDE SCOMMESSE, che sia un'azione cara agli autori “per accrescere la propria grandezza tramite quella altrui e per confermarsi autori, pur non essendolo a pieno titolo.” A lettura e rilettura concluse, invece, il Bresciani appare autore in sé, e pure di immense dimensioni, corposo e indispensabile.

In LETTERA ALLA VITA, con una prefazione aforistica di Terziano Terzini che già è un poema straziante, l'autore di sé afferma:

Sono il ladro di me stesso.

Prima mi rapisco
e contatto il mio silenzio.

Poi mi impongo un riscatto
altrimenti mi taglio un verso.

I versi poetici come pezzi di corpo necessari alla vita, del poeta, di tutti. Chiede alla vita del titolo: “Vieni a morire da me stasera?”

E poi il colore. Come recitava un mio Maestro pittorico, “Il colore è tutto”, anche il Bresciani sembra saperlo, spennellando i suo versi di note colorate:

La nostra dimora
è una sera gialla.

Gialla come la carta
che stringe le lastre delle ossa.

Siamo la frattura del perno
della ruota del Grande Carro
che sparpaglia sul coraggio
i chiodi neri del silenzio.

Per poi tornare a meditare sulla funzione del poeta:

Forse non serve alla vita
chi è ladro di speranza
anche se usa un verso
come piede di porco.

E ancora:

Io credo allo sporco
di chi ha lavorato in se stesso
per procurarsi sui palmi
sette miliardi di tagli.

Per concludere:

E vivere senza cambiare
sarà l'unica ansia da prestazione.

Quindi, un applauso a Luca Bresciani, asciutto ed essenziale agli occhi come i suoi versi.
Consigliato a chi ha un'urgenza di vivere necessariamente, senza fronzoli, davanti all'inesorabile specchio di se stessi della verità per se stessa.

lunedì 2 ottobre 2017

STUPIDE SCOMMESSE

L'editore Daniele Aiolfi mi ha invogliata a leggere questo romanzo erotico perché, a suo parere, ben scritto e, dato che ne ho in cantiere uno, gli ho dato la priorità di lettura rispetto ai tanti altri speditemi in precedenza. Chiedo venia agli autori che mi hanno inviato anteriormente le loro opere perché siano recensite.

Pignola come sono, esigente lettrice prima ancora che scrittrice, so che in ogni caso si impara anche dalle cattive scritture. L'incipit di STUPIDE SCOMMESSE mi lascia indifferente, forse perché infarcito di stereotipi derivati direttamente dalle fiabe più conosciute. Poi però si trasforma, conferendogli elementi di mistero che possono scatenare la curiosità di proseguire. Nell'insieme, non è male, anche tenendo conto di alcuni difettucci, che cerco di riportare qui.

Mi ha scaricato come un cane non desiderato, sono stato mollato in questa casa come una scoreggia.” Avrei parafrasato il vile peto sko'redʒ:a/ (o scorreggia, pop. scureggia) s. f. [etimo incerto] (pl. f. -ge), volg. con più classe che non affidandone l'effetto ad una parola classificata sui vocabolari come volgare.

... hai qui un accendino” le lascia sulla scrivania l'oggetto indicato.” Ma è indirizzato ad un uomo, quindi in realtà avrebbe dovuto essere GLI.

Stanotte ho perso il conto degli orgasmi che mi hai regalato. Parafrasando John Updike direi che il sesso è come il denaro: solamente quando è troppo è abbastanza”. Il libro è infarcito di citazioni, azione cara agli autori suppongo per due motivi: per accrescere la propria grandezza tramite quella altrui, per confermarsi autori, pur non essendolo a pieno titolo. Non dico che non si debba prendere esempio e imparare da chi è più “grande” di noi, ma è sempre preferibile non riportare parole altrui, se non fanno proseguire la storia, al fine di essere credibile come scrittore per se stessi.

Tutta la narrazione è disseminata da organi genitali nella loro forma parlata più scurrile, senza fantasia, parafrasi, costruzione cerebrale. Sboccataggine a parte, nulla è più erotico di un cervello usato bene. Ma quando Delia Deliu scrive C e F (che non amo scrivere per esteso), per interpretare non serve il cervello, col rischio che quest'ultimo giaccia inutile appendice.

A parte quel GLI, che potrebbe essere benissimo un semplice refuso (ma non me l'aspetterei da parte di un Editor), a parte l'incosistenza della copertina, che considero il primo strumento di vendita di un libro, per quanto ben scritto in italiano più che corretto, a volte persino dotto, tanto da sospettare che la scrittrice sia italiana (conosco tanti rumeni in Italia che, per quanto utilizzino in modo più che plausibile la nostra lingua, non sono mai a livello di un italiano nato in Italia), la trama è ben articolata, anche se non sorprendente. Si intuisce la storia fin dal secondo capitolo, infatti un tantino prevedibile. Aggiungerei che per costruzioni delle frasi, per scene erotiche descritte, per sensazioni provate dai personaggi, si direbbe ben poco frutto della fantasia di una donna, per lessico utilizzato (peto, C e F, ecc.). Manca quella sottile dedizione al dettaglio, quel sottile sognare l'amore, quel sottile sentire tipicamente femminili. Ma forse sono io che pretendo troppo. Il finale è un “e vissero felici e contenti” nella miglior tradizione fiabesca internazionale di secoli fa, che a quanto pare, ahimè, funziona sempre.

Sesso sfrenato consigliato a annoiat* casalinghe (e i casalinghi) , perché ispirato agli stereotipi delle Cenerentole e dei Principi Azzurri.

mercoledì 27 settembre 2017

MICA VAN GOGH

Con la silloge poetica MICA VAN GOGH inauguro una nuova stagione letteraria, in realtà recuperata dalla metà degli anni '90, che in senso poetico non furono esattamente scintillanti. In quell'epoca mi occupavo soprattutto di sceneggiature cinematografiche, che mi gratificavano dal punto di vista meritocratico, non da quello economico. Fui ghost writer per uno sceneggiatore che aveva fatto la storia del cinema italiano, da RISO AMARO, ai vari IL VIZIETTO, alla serie AMICI MIEI, alla saga FANTOZZI, nonché di Carlo Verdone. Mie le battute del più becero maschilismo verdoniano.


Solo nel luglio 2015 ripresi a scrivere poesia, avendo d'ispirazione Ungaretti, Merini, Benni, grazie ad un amore che mi dedicò una canzone dell'immenso Caparezza, CHINA TOWN. Da un'altra canzone sua, il titolo della silloge.

Non ne fu facile la compilazione fin dalla sua genesi. Essendo più volta ad affrontare temi sociali, la poesia mi dà le ali per allontanarmi dalle brutture del reale. Da cui non voglio scappare, ma solo prendere talvolta una pausa, attraverso piccole note sulla vita emozionale, che partono da minuti dettagli del quotidiano, dall'amicizia, dai viaggi, dall'amore, da incontri casuali, dall'erotismo.

Riporto qui una recensione scritta dalla giornalista Maria Teresa Vivino, prima fra tutte.

“Poiché sono già sazia d’Arte, non ceno”; in questo verso si riassume, probabilmente, la poetica tagliente di Stefania Pastori. Una poetica a tratti claustrofobica, ma solo in apparenza, perché non è in cerca di “problemi”, ma al contrario di soluzioni.

“Lasciate un messaggio, non sono infinita”, un grido folle ma chiaro, si scrive per lasciare qualcosa di sé, una piccola riflessione su cui porre le basi di nuovi sguardi. Poesie violente, crude, che ricordano a tratti i poeti Alda Merini e Stefano Benni.

“Ma adesso me ne vado a passeggiare/ A farmi spettegolare dietro dagli altri” … “Ho mantenuto gli occhi bassi/ Torno non ascoltando i miei passi”.

Scrivere è, in fondo, rielaborare, accettando di lasciare andare a qualcosa, un pensiero, un giudizio, la rabbia e persino la gioia.

“la gente la gente la gente dove va va va”, frasi, parole spasmodiche a ripetizione continua, quasi inquietante a tratti, come se nell’eco, qualcuno possa davvero dare risposte. Registri alti e bassi si alternano, come a voler arrivare a tutti, per forza; ma in fondo, in un vorticoso girare, non arrivare in fondo, mai, davvero.

“Un bicchiere di vino condiviso/Alimenta l’amicizia di una sera./ Cosa resta?//”.

IMPRESSIONI POETICHE DI
Maria Teresa Vivino

Seconda recensione, quella di una professoressa di italiano che si diletta a leggere e scrivere poesie, Rosalinda Osano: "Ho letto metà delle tue poesie. Bravissima. Complimenti. Molto belle e molto amare come la terraamara cantata da Domenico Modugno. Profonde e vere purtroppo in molte parti. Ahimé."
Ho apprezzato con cuore sincero le parole della prof.ssa Osano, perché aderiscono ai sentimenti che mi dettarono queste poesie. Nel cercare Modugno, ho trovato la versionedi Ermal Meta, più emozionante e toccante nel profondo, perché ne dà un'interpretazione allargata.

Consigliato a chi cerca il senso del viaggio di conoscenza della vita nelle amicizie, negli incontri casuali, nell'amore filiale e in quello per i genitori, nell'erotismo, nella filosofia.



giovedì 21 settembre 2017

IL CLITORIDE CATARO

Prima di accingermi alla scrittura della recensione de IL CLITORIDE CATARO di Leda Gheriglio, ne controllo il significato sul vocabolario, in quanto ricordavo i catari fosse una setta medievale di eretici. Infatti:
càtaro s. m. e agg. [dal lat. mediev. catharus, gr. καϑαρός «puro»]. – Appartenente alla setta dei catari, nome col quale sono comunem. indicati gli eretici dualisti medievali (detti anche albigesi, manichei, publicani o pauliciani, ariani, bulgari, bogomili, ecc. e, in Italia, patarini), diffusi soprattutto nella Francia settentr. e merid. nel sec. 13°, i quali, in polemica con la Chiesa, predicavano un rinnovamento morale fondato sull’antitesi tra bene e male, spirito e materia, e su un esasperato ascetismo (condanna del matrimonio, della procreazione, della proprietà privata, della guerra, ecc.). Come agg., dei catari, relativo ai catari: l’eresia catara.

Non avevo torto: dal titolo, mi aspettavo di leggere una dotta porcellata tra eretici. Tutt'altro, si parla di “purezza” come dall'etimologia greca, ma in antitesi perfetta. Un ossimoro sessual letterario. Contrariamente a come procedo di norma, restando ignara di ciò che sto per leggere, stavolta sapevo dall'editore stesso, Daniele Aiolfi, che avrei letto di incesto, masturbazione, lesbismo, BDSM, meretricio, parafilie, umiliazione, fedifraghi. Parole che soltanto a fine lettura, ho scoperto quanto fossero vuote di significato, prima. L'autrice tratta con tale familiarità temi quanto meno insoliti (non giudico, il giudizio appartiene solo a dio – ammesso che esista) a tal punto da ingenerare nel lettore il sospetto che li abbia vissuti in prima persona.

La narrazione è nettamente suddivisa in due parti. La seconda inizia con il titolo ANDREA ed è meno forte della prima. La prima incarna tutto ciò che i benpensanti marchierebbero come qualcosa più di “anomalo, blasfemo, irriverente, fetish, anormale, disumano, condannabile, infernale” che possa accadere in una coppia di sorelline, Diana 7 anni, Enrica, neonata. Pur prendendone le distanze, l'ho messo tra virgolette perché non lo penso io, ma ho provato a mettermi nei panni della cultura più comunemente accetta nello stato come che ospita il Vaticano. Linguaggio e costruzioni lessicali sono dotte, mantengono la promessa del titolo. Non anticipo altro, per non rovinare l'effetto sorpresa ai lettori.

Consigliato a esploratori di sesso insolito, a casalinghe annoiate che credono ancora nel Principe Azzurro, ai Principi Azzurri che credono ancora nelle Cenerentole e Belle Addormentate. La vita vera è ben altro.

giovedì 14 settembre 2017

700 GIORNI

Vengo a conoscere Floriana Naso grazie alla pagina Facebook PENSIERO PLURALE mirabilmente gestita dal FreeLance Editor Antonio Di Bartolomeo, in occasione di una rubrica che aveva intenzione di realizzare circa l'argomento della violenza sulle donne, a me così caro . Scopro solo in seguito che è anche autrice fiction e le manifesto la mia gratitudine proponendole di recensire questo suo romanzo, 700 GIORNI, di cui in partenza appositamente nulla so, perché amo farmi sorprendere dalle narrazioni.

Avevo di fatto già scritta la recensione, ma ad un'ultima lettura mi accorgo dell'immane ruffianata compiuta: era un mero riassunto, tutto uno spoiler, cosa che non faccio mai. Mi ero auto-censurata impedendomi inconsapevolmente qualsiasi critica in nome della gratitudine che provo verso questa nobile signora.

Tuttavia, se voglio essere credibile come recensora, devo utilizzare in pieno quell'onestà intellettuale che tante volte mi ha vista rimuovere dalle amicizie di Facebook. Non è questione qui di essere saggi, è questione di credibilità personale e di scrittrice. Perciò, l'ho riscritta da capo.

Sulle prime, sembra un romanzo nella banale scia delle coppie Lui/Lei, secondo la miglior tradizione dei rosa. Poi la coppia si disfa per volere della protagonista assoluta, Chloe, una volitiva trentenne torinese, figlia viziatella di papà gioielliere, e che, in quanto tale, beneficia di una vita agiata. La ragazza sente il rapporto con l'uomo “stretto”, perché vorrebbe provare nuove esperienze piccanti con donne. Incapace d'amore o anche di semplice affetto, lo rivela sia nel lasciare il ragazzo cui è stata legata tanti mesi con un semplice sms, che nel rapporto lesbico con un'avvenente signora, sia nel legame online con un ragazzo, che per quasi due anni, a causa di mero capriccio, non vuole incontrare. Otterrà la relazione saffica tanto desiderata, ma purtroppo sfocerà in una serie di episodi di stalking, che la Naso esplora ed espone con cognizione di causa e perizia non usuale.

La Naso non è molto efficace nella narrazione delle dinamiche che si sviluppano nelle relazioni amorose, e nella descrizione delle scene di sesso lesbico avrebbe potuto andare più in peccaminosa profondità. Il suo registro forse funziona meglio nei momenti di tensione tra i personaggi, tuttavia alterna momenti altamente drammatici a pure e semplici descrizioni che, se non fossero d'impronta balzachiana, infastidirebbero alquanto, interrompendo il climax.

Ad esempio, quando il papà di Chloe viene a sapere della saffica relazione della figlia e degli episodi di stalking cui è sottoposta, in famiglia esplodono i contrasti peggiori, con liti ignominiose tra padre e figlia, tra moglie e marito. Il climax di una di queste scena è particolarmente teso, come anche di altre, ma la Naso lo ammorbidisce con rappresentazioni che, forse, sono superflue, perché smorzano e non vanno in direzione alcuna. Eccone una su tutte, al termine di una furibonda lite dove tutti sono straziati e allo stremo delle forze, coinvolte la protagonista, sua madre e suo padre. Nella scena a chiusa del litigio sono presenti mamma (Caterina), figlia (Chloe), zia (Rosanna) e governante (Ada):

Poi (Caterina) si mise a piangere tra le braccia della figlia (Chloe), sconsolata. Rosanna assisteva a tutta la situazione soffrendo molto, soprattutto perché sapeva che indietro non si poteva tornare ormai.
Vi preparo un tè” disse Ada con tono dolce.
Le quattro donne si sedettero attorno al grande tavolo intarsiato della sala da pranzo. Caterina tirò fuori un servizio di porcellana inglese di fine '700 color avorio con decorazioni floreali rosa.”

Non è l'unica, l'intera narrazione ne è costellata, quasi a volersi interrompere da sola. Ci importa davvero sapere che il tavolo fosse intarsiato o che le decorazioni della porcellana fossero rosa, o che il copriletto fosse porpora, che il letto a baldacchino fosse intagliato, che le pesanti tende di velluto color ocra operato, o che la stufa per la legna splendida, e che un divano grigio accompagnato da un comunissimo tavolino, oppure vorremmo conoscere meglio la dinamica delle relazioni? Forse all'inizio, sì, perché caratterizza l'ambiente vissuto dai personaggi e, quindi, i personaggi stessi, ma dalla seconda metà del libro in poi, ne possiamo fare anche a meno.

Anche le scene d'amore lesbo, per quanto raffinate e delicate, stuzzicanti e mai volgari, svelano più l'intenzione di solleticare l'immaginario morboso del lettore italiano medio che non un vero e proprio intendimento narrativo. Non portano da nessuna parte, non incrementano il plot, non creano tensione, se non nelle parti basse degli uomini, almeno suppongo.
Il finale che lascia l'amaro in bocca tuttavia conferma la perizia della Naso, non volendo scegliere situazioni scontate. Risiede qui l'unico vero merito del romanzo breve.


Consigliato a chi cerca nelle esperienze saffiche la soddisfazione della propria pruderie sessuale e a chi non sa che le donne sono più capaci degli uomini in fatto di persecuzioni psicologiche.

giovedì 17 agosto 2017

IL GRADO ZERO DELLA BUONA EDUCAZIONE

Già il titolo della silloge di Francesca Tini Brunozzi ne lascia intuire il livello di complessità. Di Francesca se ne riconosce subito la formazione, l'esperienza culturale (da Tien t'ai a Sant'Agostino, da Dante a Tarantino, più alcune serie di correspondences di baudelairiana memoria) e lavorativa (fisica Quello che ci importa a noi … Le voglie che ci bruciano a noi … A te ti piace comandare ...) appoggiate qua e là, quasi a voler rendere più autentico il resto, fino ad arrivare a veri e propri attorcigliamenti su se stessi, che in linguaggio contemporaneo qualcuno li definirebbe loop, (uno a caso: … un tempo / lontano ma non troppo si diceva di due persone / innamorate si parlano o si parlano insieme / Insieme diventa importante dire che insieme / si parlano due persone ché se si parlano e solo / parlano forse è che a se stessi essi parlano solo. Dalla poesia: NELL'ARCO TEMPORALE DI DUE LUNE SOLE) che conferiscono al lettore l'impressione di un empatico senso di incompiutezza. Le più volte citate Chimera d'Arezzo ed Erato a questo punto non interessa nemmeno più sapere chi siano.
applicata, soprattutto), di conseguenza le si perdonano certe formulazioni similerrori grammaticali (

Io che sono tanto pistina da arrivare a leggere persino i ringraziamenti, noto che la Poeta precisa l'arco temporale durante il quale ha compilato la silloge, arco che si riflette nella sequenza delle poesie, quasi a voler narrare un amore di quella stessa durata. Arco che si riflette anche nella reiterazione del titolo, in almeno tre punti strutturali della silloge. All'inizio (la scoperta di un amore) a metà (il punto della situazione), alla fine (chiusura dell'amore stesso).

Ma sono due gli elementi della scrittura della Tini Brunozzi a farmela sentire vicina. I frequenti riferimenti al buddismo di Nichiren Daishonin (intellettualmente divertente rinvenire le citazioni degli insegnamenti del Sutra del Loto) e un motto La mente mente che sembra preso in prestito dal mio La mente, mente. Il corpo non mente, da lei scritto in tempi non sospetti, perché ancora non sapevamo l'una dell'esistenza dell'altra. Ma ormai è risaputo, persino ai non buddisti: il caso non esiste.

Consigliato a lettori che vogliono tenere allenate le sinapsi, rinverdire le loro conoscenze letterarie, filosofiche, bibliche e cinematografiche, agli estimatori della poesia ermetica. A chi cerca una poesia d'amore che finalmente non faccia rima con cuore.

mercoledì 2 agosto 2017

TANTO VALE SCRIVERE

Premettendo che di norma amo poesia ermetica alla Ungaretti, mi trovo costretta ad ammettere di aver subito amato la poetica di Patrizia Argentino, anche se di immediata e semplice lettura, per l'alto tasso di ironia ivi contenuta, forse perché il mio stesso stile creativo lo è (scrissi come Ghost Writer nel cinema cose comiche ed autoironiche, anche per Carlo Verdone). 

Amando parafrasare qualcuno di più importante di me, l'ironia salverà il mondo. In quarta di copertina, Patrizia afferma di avere la “Convinzione che l'ironia salvi la vita”. Direi che siamo allineate. Un verso su tutti per riassumere l'ironia sparpagliata in ogni sua poesia, questo in particolare rivolgendosi a L'ASPIRAPOLVERE:

A dirla tutta
ti avrei già sposato
ma qui in Italia stiamo
ancora indietro.”


Conosco Patrizia di persona a Torino, nella Libreria Belgravia, di Luca Nicolotti, dove l'ottimo Max Ponte (poeta non ancora recensito, ma che stimo da quando la prima volta mi proposi ad un poetry slam dove conduceva assieme a Bruno Rullo) presenta alcune poete, tra cui lei. Patrizia ne legge alcune, forse incerta nell'esposizione, ma non nella trasmissione del sentimento che le ha generate. La prima che mi colpisce è

ASSOLO
Un battito di ciglia
e mi ritrovo a mezz'aria
ad acchiappare col retino
le farfalle nello stomaco,
note di uno spartito
che non so ancora decifrare.
Mi adagio ma non troppo
sul pensiero di te,
ché non mi si accusi
di troppa vicinanza,
né di indiscrezione.
Vorrei trovare l'andamento
per tenere il tuo tempo,
ma il mio cuore
batte già vivace con brio
e aritmie diffuse.
Forse,
più che di un pentagramma,
avrei bisogno
di un elettrocardiogramma,
magari urgente.
Ma è tardi e ti vedo arrivare
dall'altra parte della strada.
Bello come un sol diesis.
Metto da parte l'ipocondria
e ti accolgo con un sorriso allegro,
che poi smorzo in allegretto,
100-110 battiti al minuto,
mica noccioline.
Stavolta,
sono sicura,
che al primo bacio
oltre l'extrasistole partiranno i violini.

Amo la musica a tal punto da essermi ispiratrice, quando creo. Conosco svariati autori e poeti che pur di trovare l'ispirazione, si fanno di alcool, di erba, di pere, di coca. Io mi faccio di musica. Scopro piacevolmente che anche Patrizia è amante della musica. Dal titolo in poi, ASSOLO è un continuo riferimento ad andamenti musicali - note di uno spartito, Vorrei trovare l'andamento
per tenere il tuo tempo, Mi adagio ma non troppo, più che di un pentagramma, Bello come un sol diesis, smorzo in allegretto, 100-110 battiti al minuto, partiranno i violini.

Ah, la bellezza della musica comparata all'Amore mi estasia.
Ma il riferimento al sol diesis, che in musica corrisponde a determinati sentimenti, è premonitore di qualcosa che sta per arrivare. Anzi, è già contenuto nel titolo, sintomatico di gioia non condivisa.

L'impressione che la Argentino sia accompagnata dalla musica nella vita, balza all'occhio qua e là, in molti dei suoi componimenti. Fa riferimento a Loretta Goggi, Jannacci, Cohen, Endrigo, Vecchioni, Nannini, Zero, Afterhours, De Andrè, Battisti, O Bella Ciao, Salaga Doola Menciga Boola, persino Lo Zecchino d'Oro. Divertitente scovarli.


Consigliato a chi ama la poesia spiattellata e facile, che però faccia sorridere e riflettere con la punta di lucida amarezza della realtà.

giovedì 18 maggio 2017

LE CORTE DEL CAPOFREDDO

Il 7 maggio 2017 vengo insignita del primo premio ex aequo per uno dei miei racconti brevi contro gli stereotipi al concorso VOCEDONNA di Castrocaro Terme/Terra del Sole. Tra i riconoscimenti in forma di libri, mi viene conferito quello di Alberta Tedioli che leggo d'un fiato perché scopro fin dalla prima delle sue microstorie quanto sia vicino per forma e per tematiche alle mie, che finiranno in una raccolta dal titolo STEREOTIPI A BAGNOMARIA.

Voci di Marketing Editoriale dicono che in Italia i racconti non si vendano. Dicono anche che i romanzi non si vendano. E dicono che pure la poesia non venda. Le affermazioni mi lasciano perplessa perché quando vado ad iniziative del genere, sparpagliate per tutto il Paese, vedo invece grande partecipazione di pubblico. E a chi dice che trattasi di pubblico prezzolato dagli autori, rispondo che gli autori derivano dalle loro opere manco il denaro necessario alla propria sopravvivenza - tranne i fortunati televisivi - figuriamoci per pagare il proprio pubblico.

Non conosco il tenore di vita dell'autrice Alberta Tedioli, ma temo di non sbagliarmi troppo affermando che sue eventuali ricchezze non provengano dalla carta stampata. Eppure questa sua raccolta è godibilissima, perché non stanca la mente, allieta con l'ironia, spazia in modo trasversale tra tematiche contemporanee, tocca tutti gli strati sociali e culturali italioti. Riporto un racconto su tutti, che mi ha fatto tanto sorridere (amaramente):
MODERNISMI
Con l'arrivo dei supermercati nell'Africa Nera, gli abitanti guardavano curiosi i carrelli da spingere. Sulla testa non ci stavano.”

Folgorante, come anche tanti di quelli lunghi. Mai più di una paginetta e mezza, impossibile stancarsi, impossibile non trovarvi sollievo dalle brutture della vita.

Consigliato a chi ha poco tempo per leggere, a chi si annoia coi romanzi, a chi cerca ironia nelle cose del quotidiano.

giovedì 11 maggio 2017

MEXICAN TAXI

Razzista, fatto di droghe e di sesso: un modo per definire il protagonista di MEXICAN TAXI che Francesco Spano ci dipinge con immagini secche, senza perdersi in aggettivi inutili e nemmeno in descrizioni superflue. Il protagonista ci parla in un soliloquio senza sconti, quindi non necessita di dirci la professione, né le sue origini, né tanto meno il suo nome. Come lettrice di questo libro ipnotico, di conoscerle non avverto la necessità.

In un'imprecisata banlieu francese, ospite di una famiglia congolese con cui la sorella si è imparentata, la sua mente divaga tra onirici desideri sessuali e la paura dello sconosciuto negro.
“Inizio a stare meglio: sono amato, coccolato, nessuno mi vuole mangiare, i cannibali resistono solo in una piccola comunità in Indonesia.”

Qua e là, nel solingo racconto, immagini di sociologia dipinte con sarcasmo.
“Cuba e il comunismo hanno partorito un figlio che si occupa di riordinare il simbolo di tutto quello contro cui si sono sempre battuti: il carrello.”
“Ci sono bambini scalzi e ragazzine panzone con i pantaloncini cortissimi e le ciabatte e i piedi neri, e alcune di loro affogano con biberon zeppi di Coca-Cola neonati con gli occhi da adulti e le faccette da angeli.”

Il parallelo con Bukowski arriva solo dopo una sessantina di pagine, fatte di “tette, culi, troie, crack e coca” (uso le virgolette perché non è il mio linguaggio, io avrei preferito scrivere “seni, deretani, droghe varie” ma non avrebbero avuto la stessa efficacia). Non è arrivato subito, perché trascinata impetuosamente dalla narrazione.

“Sono fattissimo, il cuore mi rimbalza da tutte le parti, lo sento anche sulla punta dei piedi, è una mano che stira il cervello verso l'alto e cerca di tirarmi fuori tutte le cose che ho dentro.”

“Sono pazzi in Zimbawe. Il giorno dello stipendio spariscono. E non li rivedi più per tre giorni. (…) Gli uomini ricompaiono il terzo giorno del mese successivo, e sono tutti più magri, più neri, più stanchi. Inutile dire che i soldi del mese evaporano tutti in alcol, droghe e puttane. In tre giorni. È un metodo che vorrei esportare anche nel grande e operoso Occidente, ma ancora non ho ben chiari i dettagli della riforma.”

D'un tratto nel delirio stupefatto, mi ritrovo a leggere le avventure del protagonista in Messico non so bene come tra un taxi e l'altro.
“Ha perso il lavoro dopo quattro lezioni perché l'anno scoperto con una ragazzina ninfomane e bipolare mentre le infilava un vibratore nel culo e lei disegnava alberelli sulla parete del bagno. S'è salvato perché Tessa aveva appena compiuto diciotto anni, esattamente un anno dopo aver tagliato la gola al gatto siamese, al cane e al fratellino di dieci mesi” , dice di un collega insegnante.

“Sento che qualcosa mi sta sfuggendo di mano. Credo stia andando tutto a rotoli. Immagino sia normale, che sia così per tutti. Meglio star lontano, disfarmi e scomparire alla larga dalle mie radici. Dove nessuno può vedere. Meglio mischiarmi a questa cianfrusaglia di vite perse, di bocche sdentate, di alcolizzati e di spari” medita il protagonista davanti all'ex compagno di sbronze in coma etilico, a tia Marta, Camilla e a Enid, una bambina cui era stato strappato un figlio dal ventre: il cancro.

L'ennesimo taxista lo porta chissà dove e straparla:
“Ok ok italiano. Voi avevate Pasolini, pederasta geniale, che aveva capito tutto, prima ancor prima che succedesse e da noi il terrorismo non è mai stato né rosso né nero, da noi il terrorismo è sempre stato per la droga.” Il taxista prosegue col suo sproloquio delirante tra Stati Uniti e narcos, sbalestrando le già difficoltose capacità di comprensione del protagonista. “Non ci sto capendo più un cazzo, io devo andare a dare lezione d'italiano e 'sto coniglio bavoso mi sta martellando con tutti i problemi del suo paese e mi tira fuori pure Pasolini (…) quindi senza farmi vedere tiro giù una pastiglia di Clonazepalm (…) Ne prendo un'altra e non ascolto più. Parla e straparla ma non ascolto più. Sono stanco dei loro discorsi, sono stanco di tutto questo schifo. Non vorrei stare qua, non vorrei stare da nessuna parte. Solo su quella nuvola enorme. O sulla lancetta di un orologio, tic tac, tic tac, tic tac. Appeso. Fino a quando non ci sarà più appiglio.”

Cliccando più volte sul tasto per voltare pagina, avrei voluto continuasse. E invece era già finito. Finito. Finito. Mi sono dovuta rassegnare alla bellezza di quel finale senza speranza.

Consigliato a chi vive nel perenne stato di stupefazione del caldo, della droga, del taxi, del Mexico, che è la vita all'italiana.

sabato 6 maggio 2017

LA SIGNORA DEL CAVIALE

Di Michele Marziani, il primo romanzi letto, pur riconoscendone l'abilità narrativa, mi aveva lasciata indifferente, lo trovai involuto e insufficiente (FOTOGRAMMIIN 6 X 6) a cui sono seguiti altri due (IL CAVIALE DEL PO  e UMBERTO DEI) che invece valutai in superficie come potenti. 

Quest'ultimo invece mi ha mosso qualcosa nel profondo. Comincia in sordina, nel tipico stile understatement del Marziani, un po' dimesso, mai rutilante. Eppure avverto una corrente elettrica sotterranea cui le vite dei protagonisti fanno da accumulatore, in un crescendo che ha del musicale. Avvolge il lettore impedendogli di staccarsi, almeno a me, forse perché da sempre affascinata di quell'elemento “esotico” che fu la II Guerra Mondiale e che a questo romanzo fa da sfondo, ma trasformata in poesia, grazie alla perizia espositiva dell'autore. 

La trama accompagna l'evoluzione del protagonista della durata di una sessantina d'anni negli ambienti del Delta del Po così cari al Marziani, dalla fine delle elementari fino alla sua morte. Non racconto nulla del plot perché sarebbe tutto uno spoilerare. Però una cosa la posso dire: mi è balenata l'idea che questo protagonista sia proprio suo padre. Mi ha appassionata e toccata così tanto nel cuore, che mi ha fatto scattare la voglia di scrivere il mio primo romanzo, tutto su mia madre, ambientato in Verbania ai tempi della guerra. Concludo riportando l'unica frase del romanzo, fortemente costruita allo scopo di essere evocativa:
“Allora vedo il cavallo bianco. Lo guardo correre verso di me e lo vedo trasformarsi in storione. Un un immenso storione. Poi è passato il treno.”

Consigliato ai nostalgici come me, a chi cerca di vedere sempre un risvolto positivo anche nelle brutture umane, a chi cerca l'ispirazione nel passato per vivere meglio il presente.