venerdì 30 dicembre 2016

ELOGIO DELLE DONNE MATURE

Per caso ho adocchiato questo libro di Stephen Vizinczey nella libreria di un amico, dall'orrida copertina. Ho superato la titubanza dettata proprio dalla sua mancanza di attrattiva, per me che per 17 anni fui grafica. Mostra un'occhieggiante donna di mezza età dall'improbabile seno ritto. Se solo non si trattasse di una foto della Belle Epoque, si direbbero innaturali risultati di poco accurati chirurghi plastici contemporanei. Il colore di fondo della copertina appare sbiadito, facendo sembrare il libro stesso vecchiotto e dimenticato. Insomma, a far fede dalla copertina, non l'avrei manco preso in mano. Invece ero in preda alla noia, questa grande e insostituibile maestra, ispiratrice di creatività inusitate, per fortuna allungai le mani e lo presi dallo scaffale. Perché fin dalle prime pagine mi conquista la leggerezza di linguaggio dell'autore, seppur d'inizio secolo scorso, ironico nel trattare ciò che ho sempre sostenuto, ovvero: il sesso è uno strumento per conoscere il vasto mondo degli umani.

Visto che mi accingo a scrivere le mie esperienze, vorrei rassicurare il lettore che non intendo sopraffarlo con la mia storia personale. Spero, al contrario, di riuscire a risvegliare in lui la curiosità verso se stesso.”
Dando per scontato che tutti mi amassero, trovavo naturale amare e ammirare tutti quelli che incontravo.”
Se nel profondo del cuore le odiate (le donne) se sognate di umiliarle, se vi piace dar loro ordini, allora probabilmente verrete ripagati con la stessa moneta. Vi desidereranno e vi ameranno nella stessa misura in cui voi le desidererete e amerete - e sia lode alla loro generosità.”

Sono solo alcune estrapolazioni prese a casaccio qua e là, la cui fresca amenità agevola la mia lettura fino in fondo. Come sempre sostengo, il finale, se riesco ad arrivarci quando non impedita dalla mancanza di filo logico / plot / riconoscimento del genere, fa la validità di uno scritto. Questo ELOGIO DELLE DONNE MATURE, percorso per tutta la sua lunghezza da una sottile vena di ironica praticità, conclude controbilanciandola con l'amarezza della ormai sopraggiunta età matura. All'affermazione di una partner che constata la sua prima cilecca: “Un orgasmo in più o in meno non fa differenza, non credi?”, l'autore conclude dichiarando: “ La verità di quell'istante e l'umiliazione che provai, penso, segnarono, anche se in ritardo, la fine della mia gioventù. (…) Ma le avventure di un uomo di mezza età sono un'altra storia.”


Consigliato a imberbi ragazzetti in procinto di spiccare uno dei voli più belli della loro vita e a adulti nostalgici per aver perso la memoria di antiche generosità adolescenziali.

martedì 20 dicembre 2016

DOVE SCORRE IL MALE

Come ho già scritto in precedenza, non amo il genere giallo/poliziesco/noir, tranne rari casi, come quello di Scerbanenco o di Angelo Ricci, in cui la fluidità di scrittura - completamente differente l'una dall'altra, in uno, Scerbanenco, classicheggiante direi quasi proustiana, nell'altro, Ricci, a scatti, secca, per polaroid - si declina ammirabilmente in plot sorprendenti attraverso personaggi approfonditi nelle loro intimità più recondite.

Ho accettato di leggere questo romanzo di Fabio Mundadori per farne poi una recensione, solo perché non parto mai da una posizione aprioristica, ma perché mi piace farmi sorprendere, come è stato per L'ODORE DEL RISO del già citato Ricci. Così comincio a leggerne l'incipit: l'ottimo stile letterario, incisivo e di qualità mi incoraggia a proseguire. La narrazione di alcuni fatti iniziali, però, che vorrebbe essere scioccante, alla fine la rilevo soltanto come leziosa, anzi, la parola giusta è artificiosa e mi porta a insospettirmi sulla qualità del narrato.

Arriva poi il capitolo IL CIELO CADUTO, una scena da baratro, terremoto, sepoltura, fatica, stupore che stravolge la trama. Un disastro immobiliare colposo si intreccia con l'attività di un immobiliarista, che è il primo dei personaggi ad essere introdotto così, senza spiegazione. Da qui in poi purtroppo fatico a seguire il plot, frammentato in una miriade di personaggi e di accadimenti, scollegati tra loro e non solo in apparenza.
Come già accaduto in precedenza, esercito il diritto del lettore di abbandonare la lettura se non avvincente.


Consigliato a chi vuole imparare per controtendenza a scrivere gialli.

LA BAMBINA CELESTE

Non ho mai provato invidia. Invidia per le mie compagne di scuola, invidia d'amore perché sono stata amata come poche, invidia per i figli, nessuna ne ha di talentosi come i miei. A proposito della parola talentoso, vorrei prevenire le obiezioni con un piccolo inciso. Tutti scrivono talentuoso. Ma lascio la parola a chi ne sa di più di me. “C’è unanimità, comunque, nell’indicare come forma prevalente talentoso (…) Tutti i dizionari che menzionano la forma talentuoso la fanno risalire all’influsso del francese talentueux.” Cit. ACCADEMIADELLA CRUSCA.

Invidia. Una parola che non mi appartiene. Meglio, che non mi apparteneva fino alla lettura di questo romanzo di Francesco Borrasso. Oggi so che vorrei scrivere attorno al dolore come fa lui quando riporta l'esperienza di un padre che si trova di fronte alla morte della figlioletta. A scopo esplicativo, non esaustivo, riporto qui a sprazzi alcuni passaggi.

Non c'era terrore, era disapprovazione.
Mi cadono le parole di bocca.
Se c'è un errore del quale non voglio espiazione, è questo.
Cercando di non mischiare i piedi e cadere.
Mi sentivo potente. Avevo il controllo della cosa. Quanto m'illudevo.
Arrangiamento di mosse.
È questo che fanno i padri. I padri salvano. È questo che avrei dovuto fare con mia figlia. Solo che io non ci sono riuscito.
Da bambino ero convinto che si potesse fare l'amore restando con le mutande.
La sera passa sulle strade.
Nascere è un atto violento.
I pochi denti schierati.
Il primo passo: paura. Il secondo: incertezza. Il terzo: decisione.

Mi ha ispirata a tal punto da aver scritto l'incipit del mio prossimo romanzo. Ma con una differenza sostanziale. Il mio sarà fiducioso nel futuro, colmo di speme. Il romanzo di Borrasso è disperante anche in chi legge, non porta soluzione, si scioglie nel totale abbattimento, nello sconforto senza condizioni. È questa la sola critica che gli faccio, pur non sapendo quale soluzione alternativa offrirgli. Perché forse va bene così.

Consigliato a chi vuole buttarsi dal ponte, a chi non nutre più speranze nella vita, a chi crede che l'esistenza sia solo un miraggio.

domenica 2 ottobre 2016

DISTRUGGETE ISRAELE

Le recensioni negative che ho scritto finora (poche, a dire il vero, perché cerco sempre di tirar fuori il meglio), sono quelle in assoluto più lette. Chissà che non portino fortuna agli autori, come Vito Introna. Questa, è una recensione purtroppo negativa e lo dico con la morte nella tastiera. Non avrei voluto pubblicarla, ma poi ho pensato al beneficio che l'autore avrebbe potuto trarne e così mi sono decisa.

Il titolo mi avvinse: DISTRUGGETE ISRAELE, è d'una forza inusitata, per noi pacifici benpensanti europei. Credevo di approcciare un lagnoso trattato pro Palestina contro Israele ambientato ai nostri tempi. Invece sono all'istante trascinata nel futuro del 2046, con strade intitolate agli uomini politici di oggi (Berlusconi, Alfano, George Bush, Palazzo Matteo Renzi). Invece è tutt'altro.

Insomma, l'idea, tuttavia non banale, di vie e piazze coi nomi delle strade intitolate ai nostri politici avrebbe dovuto accendermi un campanello d'allarme sulla verosimiglianza di ciò che stavo leggendo. Tuttavia, la qualità del lessico, la capacità narrativa, l'estro creativo di Vito Introna mi conquistano ugualmente. E quando arrivo a questa affermazione da parte della partner Marika nei confronti del protagonista Josè:

“Quanto ti hanno dato?”
“Ottanta crediti. Sono donna, non posso prendere di più.”

… mi appassiono definitivamente al testo e decido di proseguire. Ma sono immantinente travolta da un uragano di complicazioni di nesso logico. Sembrerebbe ben scritto, i personaggi strutturati in modo adeguato, le ambientazioni futuristiche rese verosimili dal forte radicamento nell'attualità contemporanea, ovvero il conflitto israelo/palestinese. Poi però, arriva il disastro.

Il protagonista, Josè, diciannovenne orfano di entrambi i genitori, viene scacciato dal suo modesto lavoro di scribacchino presso un giornale e sopravvive arrabattandosi, si aggrappa macilento all'unica donna che conosce, Marika, poco più grande di lui, con mamma demente al seguito e figlioletto Fabio, bimbetto reso autistico dai sistemi di indottrinamento della dittatura vigente. Non c'è possibilità di sopravvivenza al di fuori del Sistema. Perciò Josè decide di costituirsi alla Fratellanza, sorta di confraternita clericale armata, ispirata alla Torah. Fin qui, più o meno bene. Poi però, il lettore scopre che presso la Fratellanza i redivivi come Josè sono accolti con libagioni infinite, droghe pesanti e orge, illudendoli che quello sarebbe il loro destino. Invece, nei giorni infrasettimanali, si ritrovano obbligati a lavori forzati, a nutrirsi con immonda a sbobba, a cercare di sopravvivere a ingiustificati bombardamenti nemici. Più proseguo nella lettura, più mi accorgo che il plot si regge su un'ulteriore accozzaglia di inverosimilia. Un esempio a caso. L'amica e tutta la sua casa, il figlioletto, la madre demente, dopo due mesi sembrano spariti in un cratere. Josè fa una piccola ricerca che avrebbe dovuto richiedere anni per il lassismo degli impiegati pubblici e il disordine dei registri pubblici, in realtà serviranno pochi minuti per capire che l'amica non è morta, ma assieme al figlio è dislocata in una casa di accoglienza non governativa, alla mercé sessuale di questi pseudo avanzi di preti cattolici.

Rientrato nella sua confraternita, Josè scopre di essere destinato in matrimonio ad una ragazzetta che inconsapevolmente violenta tutti i giorni sotto l'influsso di chissà quali droghe, di subire a suo turno la sodomia da più fratelli come in un incubo senza possibilità di risveglio, per poi invece svegliarsi solo quanto c'è l'apposita catechesi. Sedativi si sovrappongono a stimolanti, facendo opportunamente svenire il protagonista proprio quando è sul punto di prendere una decisione, se fuggire o se sposare la ragazzetta. Non ce la faccio, non sono bigotta, droga e sesso e preti non mi scandalizzano. Ho come un rifiuto a proseguire.

Ciò che mi turba è l'incapacità di essere coerenti, quindi abbandono il libro al suo tragico destino. Sono dispiaciuta, perché l'incipit e le idee creative iniziali sembravano promettere bene. Auguro a Vito Introna, che dal punto di vista tecnico appare preparato, di trovare la sua strada, lasciandosi irretire meno da allucinati amplessi anali, fellatio, sodomia e droghe.



sabato 24 settembre 2016

IL RICORDO DEL 9

Salvatore Lanno apre il suo piccolo romanzo con la poesia di Kirk Kilgour, losangelesino campione di volley in USA e in Italia, che, a seguito di una caduta da un attrezzo ginnico, restò tetraplegico, dandosi poi all'incoraggiamento verso i possessori di handicap. Kilgour la recitò davanti a Papa Giovanni Paolo II, dalla sua sedia a rotelle, in Piazza San Pietro a Roma al Giubileo degli Ammalati. 

Molto dolce e remissiva, è le preghiera di un uomo che si rivolge a Dio con suppliche che non verranno mai soddisfatte, ricevendo invece solo difficoltà, a tal punto da rendermi inviso ciò che mi sto accingendo a leggere. Da credente cattolica e praticante quale fui fin dalla prima infanzia, oggi so che se esistesse un qualunque dio, non soddisferebbe i nostri bisogni, se non quelli del bisogno paternalistico di chiedere la felicità nostra ad altri. Tuttavia, il libro parzialmente autobiografico di Salvatore Lanno è percorso dal fremito della fede cattolica con forte convinzione in così tante parti da rendermelo accetto e proseguo la lettura.

L'autore ci dipinge i paesaggi bucolici che appartengono alla sua adolescenza di bravo ragazzo, durante l'anno impegnato a fondo nella scuola e nella musica, in settembre vendemmiatore per racimolare qualche soldino. Ma un certo giorno, il 9/9/'999, subisce due traumi contemporaneamente che lo segneranno per il resto della vita, nell'anima più che nel corpo, da qui il titolo del piccolo romanzo. Con stile letterario tanto semplice da sembrare perfino dimesso, Lanno ci racconta le difficoltà post traumatiche del recupero sia psico fisico, che scolastico che quello musicale, facendo della sofferenza una nuova ricchezza interiore, imparando il vero valore della vita. Recupera l'anno scolastico che sembrava ormai perso, la passione per la musica gli consente di ricominciare quasi daccapo, diventa volontario del 118. Mi piacciono i personaggi resilienti e Lanno lo è. Però gli resta l'amarezza di un lutto che la fede cattolica non gli permette di raddolcire.

A Lanno tiro le orecchie per non aver inserito il suo libro su GoodReads, dove avrei pubblicato volentieri la presente recensione. 

Consigliato a chi ha subito una perdita, propria o altrui, ai nostalgici della campagna siciliana anni '90, a chi crede che abbiamo ancora dei valori da sostenere per se stessi e gli altri.


RACCONTI DA URLO N.18

RACCONTI DA URLO N.18 di A.A.V.V. è una raccolta di giallini di svariati autori, tra cui spicca quello Carlo Parri, LA CASA A FONTANA I TREVI, gli altri autori, più che svariati, appaio
 avariati, come Ferruccio Masci nel suo ANNETTA È BRAVA deve ricorrere ad un espediente strausato per fare concludere la sua storia, Mario Trapletti che vorrebbe farci strabiliare raccontando di loschi individui e dei loro balletti verdi, tema ormai più che desueto se non perfino omofobo nella sua ingenuità, e Sara Vallefuoco che traccia l'indagine del suo brigadiere sabaudo su “l'isola” nei primi anni del secolo scorso, dove per essere donna libera si doveva fare il mestiere o la cartomante.

Invece, il Parri usa un linguaggio degno dei più grandi giallisti internazionali, condito dalla loro stessa indolente sagacia, per una vicenda contemporaneissima innestata in apparenza su di un trio antico come il mondo. Piacciono i personaggi, per come sono affrescati con brevi tratti incisivi, piace l'originalità della storia, piace la sua risoluzione, piace la fine che non è lieta.


Consigliato ai pigri che amano leggere gialli in forma di racconto breve. Cioè non io.

domenica 18 settembre 2016

LA MIA VITA

E' la prima volta che inizio una recensione con il sentimento dell'imbarazzo. 
È una silloge poetica? No.
È un romanzo? No.
È un'autobiografia? NO, perlomeno nel senso classico del termine. Anche perché il sottotitolo recita: DURATA 90 ANNI, SCRITTA A 36, FINITA DI SCRIVERE 37, mi aggiunge ulteriore imbarazzo.


È un saggio filosofico? Forse ho trovato la giusta definizione, perché nel leggerlo mi è venuto un parallelo con Hannah Arendt e la sua BANALITA' DEL MALE. Nel caso di Federico Fabbri parafraserei così: IL BENE DELLA BANALITA'. Perché racconta aneddoti della sua vita, in fondo banali, ma sempre conditi da ironia, che si cala persino nella scelta lessicale, fino alla palindromia. 

Memorabili alcuni suoi passaggi (li riporterei tutti, ma poi commetterei un grave errore: riporterei l'intero libro), ad esempio, al Cap. 63, intitolato CUCINA, narra le sue difficoltà alle prese con le preparazioni culinarie, osservando: “Per fortuna che il tonno è un pesce intelligente. Per fortuna che il tonno sa entrare in una scatoletta”. No no, non è filosofia, la filosofia è troppo noiosa.

Ah ecco: è un libro dadaista e patafisico, infarcito di fulminanti battute nonsense, ma divertenti, chissà perché. C'è tanta malinconia qua e là, forse inconsapevole perSino (lo scrivo apposta così, quando lo leggerete, ne capirete il motivo) per l'autore. Ma è risaputo, dalla malinconia nasce l'Arte per eccellenza. 
Se poi la bontà di un libro è il finale a deciderla, come da sempre sostengo, allora questo libro che ha un finale sorprendentemente dolcissimo, fa innamorare il lettore. Lo manderò in giro nel Bookcrossing, perché altre menti eccelse ne possano beneficiare. Su GoodReads gli ho tolto una stellina, perché la copertina non rende giustizia al contenuto. Fosse dipesa la mia scelta dalla copertina, non l'avrei letto.

Consigliato a cittadini che, come me, per il solo fatto di esserlo, hanno la presunzione di essere al centro dell'universo (e non è vero), a romantici di paese, a giocatori di carte, ma soprattutto bevitori di vino rosso.

lunedì 12 settembre 2016

QUANDO GUARDO VERSO OVEST

QUANDO GUARDO VERSO OVEST di Massimo Lazzari mi attrae per il titolo vagamente alla David Foster Wallace, uno dei miei autori preferiti, sebbene poi scopra che non abbia nulla a che fare. Mi sorprende fin dal sommario, che non leggo mai: trentatré titoli di canzoni, tutte straconosciute e che amo da che ascolto musica (praticamente da sempre, educata dagli LP dei miei genitori,  Elvis Presley e Čajkovskij  Mozart e Perez Prado, Beatles e Beethoven, Rolling Stones e Vivaldi, tanto per fare qualche nome).

Appare fin dal primo capitolo (una canzone dei Doors che inizia invece di chiudere, indovinate quale), appare un elemento misterioso quanto magico: frecce gialle, che ti suggeriscono di “chiederti qual è quel sentimento che spinge il tuo spirito a gridare di andarsene”. Questo primo racconto mi lascia soddisfatta e pensierosa, con la sensazione di aver visto anch'io tante frecce gialle nella mia vita. Cercherò di riassumere il soggetto di ogni storia senza fare spoiler.

Il secondo capito fa la riverenza a Jimi Hendrix con la sua FOXY LADY. Infatti, la protagonista è una donna che pratica parapendio. Parla così tanto al mio sentimento di libertà, pagata a caro prezzo, da commuovermi: “Girano leggende su piloti che sono stati aspirati da cumuli congesti alti migliaia di metri e poi risputati fuori a quattromila metri con il ghiaccio alle orecchie e gli occhiali crepati. Si dice che non siano più tornati gli stessi e che ora vadano in montagna a raccogliere funghi.” Rabbrividisco, perché mai vorrei che diventasse anche la mia storia.

SOMEBODY TO LOVE dei Jefferson Airplane intitola il terzo. E ne crea subito il climax. Spiega in anticipo le parole che lo chiudono: “E' solo che non sono pronto, babbo.” E così via, tra l'amarezza per l'incapacità di amare di un avvocato rampante, la consapevolezza amorosa di una coppia, la narrazione di una fine definitiva, verso Est, arrivo al capitolo centrale del libro. Lo capisco subito dal titolo e dal verso prescelto, che recita: “When I look to the west and my spirit is crying for leaving.” Per chi non l'avesse riconosciuta, è la celebre canzone dei Led Zeppelin, STARWAY TO THE HEAVEN. “Una mattina ti svegli e senti il richiamo dell'Ovest” è la parafrasi della r... non no, non ve lo dico: sarebbe uno spoiler.

La canzone PERFECT DAY di Lou Reed ci spiega come un artista si perde d'arte e d'amore (ed è romanticamente bellissimo), ANGIE dei Rolling Stones mi insegna un trucchetto cui, nonostante i miei innumerevoli viaggi in giro per il mondo solo zaino in spalla, non avevo mai pensato. Ed ha una conclusione geniale, che insegna la vita ai più giovani, BOHEMIEN RAPSODY dei Queen esibisce il sentimento di mancanza che ci insegue anche quando otteniamo un successo, HOTEL CALIFORNIA degli Eagles, HEROES di David Bowie, SULTANS OF SWING dei Dire Straits (in cui l'affermazione di un'amica della protagonista, polacca come lei: “Vanno a messa tutte le domeniche, poi quando incontrano uno straniero lo trattano con disprezzo, anche se come me viene dallo stesso paese del Papa.” mi incravatta la gola). LONDONO CALLING dei Clash un tuffo nella nostalgia per la musica rock e per l'Italia, HIGHWAY TO HELL degli AC/DC (“Guardi che noi ormai siamo grandi. E poi è giusto che impariamo a cavarcela da sole. Non vorrà mica che facciamo la fine di nostra madre”, una delle tre sorelline, mi lascia speranzosa per la consapevolezza di essere femmina nelle donne del futuro), EDGE OF SEVENTEEN di Stevie Nicks parla dell'autodeterminazione di un'adolescente, THIS MUST BE THE PLACE dei Talking Heads ci racconta delle belle speranze di un laureando, EVERY BREATH YOU TAKE dei Police (“Gildo ti rivelo un segreto … La vita comincia a cinquant'anni” il cooprotagonista conferma ciò che penso da sempre, visto che sto andando verso i 52), JUMP dei Van Halen ci urla la verità di se stessi, “Come se la massa oscura che gli opprimeva il cuore e la mente fosse scivolata in basso e precipitata nel fiume” è un'efficace immagine di liberazione che mi lascia senza fiato, WITH OR WITHOUT YOU degli U2 è un gioco di pensiero magico infantile, nel senso clinico del termine, SWEET CHILD OF MINE dei Gun's N Roses e lo speciale legame mamma figlia, invero un po' scontato il modo in cui l'autore l'ha trattato, LULLABY  dei The Cure è la ninnananna per una libreria cantata da un autore, SMELL LIKE TEEN SPIRITS dei Nirvana fa da contrasto ad una disciplina di lotta, UNDER THE BRIDGE dei Red, Hot, Chili, Peppers una nuova vita per un'altra che se ne va, NOTHING ELSE MATTERS dei Metallica sottolinea una scelta di vita, l'unica possibile, CREEP dei Radiohead significa tradire le aspettative altrui,  CRAZY degli Aerosmith sottolinea la pazzia del futuro incerto, DO THE EVOLUTION dei Pearl Jam impone di chiedersi se si ha contribuito a costruire un mondo migliore.

La Mia musica. Questo libro mi ha catturato perché ha trascritto in parole la MIA musica. Seppur con qualche cadute nello scontato (poche a dire il vero, ma che gli hanno fatto perdere una stellina su GoodReads), mi è piaciuto.

Consigliato agli stregati dal rock anni '80/'90, ad eterni Peter Pan messi di fronte alle difficili scelte della vita, agli innamorati della vita, nonostante tutto.

mercoledì 7 settembre 2016

BRAVA A LETTO

Un libro corposo come la sua protagonista, voluminosa redattrice e con sua grande sorpresa, sceneggiatrice (toh, che caso strano. Non ho mai letto di autori statunitensi che non infilassero nel proprio libro riferimenti al cinema, tranne David Foster Wallace).


Non sono mai stata grassa. Come molte adolescenti, “mi sentivo grassa” e cercavo di stare a dieta, facendomi massacrare da una “tre giorni a banana” o da una “settimana ad ananas”, le diete dell'impossibile. Facevo la fisarmonica tra un peso normale e un peso inferiore di ben tre chili a quello normale. Di fatto, con la protagonista Cannie Shapiro così ben tratteggiata dall'autrice Jennifer Weiner quasi da sospettarne l'elemento autobiografico, ho imparato a conoscere le ansie (quelle vere, non quelle da adolescente fisarmonica) di una donna obesa, fin dall'infanzia oppressa dai giudizi tranchants del papà sul suo corpo grasso.

Cannie compenserà tutta la vita questo “deficit” con arguzia, cultura, umorismo, capacità amatorie (da cui il titolo) e autoironia. Ma non bastano per tenersi stretto l'allampanato fidanzato, nemmeno facendo l'amore un'ultima volta con lui, dopo essersi lasciati. Un coito funerario che la lascerà incinta. Ma il prode ex fidanzato non solo la allontana, ma la “usa” letterariamente parlando per conquistarsi un pubblico suo, da rivistucola pettegola.

Con la sua mai spenta presenza di spirito, Cannie avrà la sua rivincita. Sia sul piano lavorativo (la tanto ambita sceneggiatura, ambita per l'autrice, non per Cannie), sia su quello dell'amore. Ma non vi svelo come. Vi posso svelare invece che la narrazione, fresca, mai banale, ricolma di ironia intelligente non vi lascerà respirare finché non arriverete alla parola FINE.

Consigliato ad obes* tristi, a ragazze madri senza ironia, a maniache della dieta a tutti i costi, per ridimensionarsi QB se non nei chili, almeno nelle loro paranoie.



UNA SIGNORA COSI' COSI'

Non ho mai letto Enzo Biagi per ripicca contro l'intellighenzia borghese cattosinistroide che lo osanna da sempre. Riconosco, dopo aver letto UNA SIGNORA COSI' COSI' che sbagliavo. Trattasi di lunga intervista di cui si intuisce subito il finale, tra un'attrice Maria Berti, di fama nazionale di mezza età (ma cos'è la mezza età, per un'attrice?) ed un giovane giornalista, Gian Marco, schivo ma dalle domande argute.

Quest'ultimo personaggio è solo un pretesto per fare dire delle cose alla Gran Dama. Infatti la narrazione delle vicende amorose o lavorative dell'attrice si reggono da sole, senza la spalla del giovinotto, sfociando a tratti in un denso filosofeggiare sugli accadimenti della vita. Biagi in fondo ci fa un autoritratto: la protagonista Maria è a tutti gli effetti maschile.

Il giudizio implicito nel titolo credo sia stato solo per solleticare la morbosità dei lettori. In realtà, Biagi non giudica, lascia scorrere via anche le facezie più peccaminose senza ombra di anatema. Ho scritto tanto di sesso, sono in contatto con Alvaro Zerboni che mi sta leggendo e criticando (se non sapete chi sia, googleatelo), pur apprezzando il mio scrivere, vorrebbe cose meno esplicite.
Ecco, penso di aver tratto da questo libro di Biagi la giusta misura per raccontare sconcezze senza pornografia.


Consigliato a chi ama le autobiografie artistiche, ma soprattutto a chi sa che l'organo erotico per eccellenza è il cervello.

lunedì 29 agosto 2016

SPLENDIDO VISTO DA QUI

Di un'accanita lettrice come me, le antenne sono sempre ritte per ogni occasione di lettura si presenti. In uno sperduto paesino dell'Alta Val di Susa alle falde della località dove vivo, su una panchina noto un cestino di vimini con tanti libri. Non è abbandonato, il suo bordo sostiene il cartello BOOKCROSSING. Noto una copertina intrigante e il nome dell'autore, Walter Fontana, che mi dice qualcosa, ma lì per lì.

Visto, piaciuto, preso (il meta-linguaggio intermediario è dato dal posizionamento della panchina davanti ad un'Agenzia immobiliare). Stavolta ho trasgredito alla mia regola aurea, cioè di saltare le note biografiche, in quanto troppo curiosa di sapere perché il nome dell'autore mi suonasse conosciuto. Walter Fontana infatti non solo è già autore affermato di libri culto, come L'uomo del marketing e la variante del limone (che non ho letto, lo metto in nota), ma ha collezionato collaborazioni nel mondo dello spettacolo, dalla cabarettista Angela Finocchiaro al duo Ale e Franz, ad attori come Hendel, Bisio, De Luigi, Paola Cortellesi. Ha partecipato nella scrittura di sceneggiature cinematografiche per il trio Aldo, Giovanni e Giacomo.

Insomma, l'assioma: alla copertina di qualità si abbina SEMPRE un autore di qualità è ulteriormente confermato.

Ma... c'è un MA: il primo risguardo mi tratteggia un romanzo di fantascienza, che aborro. Panico? Boh... Ormai sono catturata dalle note bio del Fontana e non rinuncio a leggere. Non sono riuscita a smettere finché non mi è arrivata sotto gli occhi la parola FINE (che, per inciso, non c'è). Immagino sia previsto un sequel.

Un plot originale, personaggi che spiccano nella loro banalità o ottundimento, un minimo di ambientazione fantascientifica, ma senza esagerare, anzi: l'espediente di rivivere le nostre più amate epoche rassicura il lettore qualsiasi, come me, sono gli ingredienti che mi hanno tenuta agganciata al libro.


Consigliato a nostalgici dei Beatles (o erano i Pringles?), a spacciatori di illegali memorabilia, a chi ancora ricorda le consolles degli Ottanta e a tutti coloro i quali anelano alla libertà, senza saperlo.

mercoledì 17 agosto 2016

C'E' UN POSTO DA QUALCHE PARTE...

Di Roberto Anzaldi seguivo da un annetto il blog, annotazioni di vita quotidiana che non mi lasciavano gran che, lo ammetto. Per me, sceneggiatrice avvezza all'epurazione da aggettivi e avverbi, il suo stile di scrittura mi appariva un po' troppo lezioso e appesantito per approfondirne gli argomenti affrontati. Non ho mai commentato suoi post su Google+, mentre l'Anzaldi spesso condivideva miei estratti dal blog contro le violenze di genere.
Il nostro rapporto online si limitava a garbati ringraziamenti. Ultimamente, però, l'Anzaldi si era accorto delle mie attività di recensione libresca. Un paio di settimane or sono, condividendone una, mi fece con tatto notare che non avevo ancora recensito libri suoi. Mi scusai ammettendo la mia povertà, che mi induceva a preferire testi reperiti in biblioteca o donati dagli stessi autori, mentre i suoi erano (giustamente) in vendita. Io sono la prima a sostenere che il lavoro vada remunerato. Signorilmente, l'Anzaldi si scusò dell'indelicatezza, spedendomene due di sua firma in piego di libri al mio recapito per ottenerne la recensione.

Del primo, dal titolo: PREGO, NON CESTINARE, C'E' DENTRO LA MIA VITA non fui in grado di risalire alla data di pubblicazione, ma l'aspetto grafico della copertina mi lasciava presupporre che fosse antecedente al secondo. In seguito, mi accorsi che non avevo sbagliato: il secondo riportava anche la data di pubblicazione del primo, effettivamente antecedente. Liquido subito il primo come un coacervo di pensieri disordinati e scollegati, se non dall'impertinenza del titolo stesso. Lo stile di scrittura, lezioso per l'appunto, mai spontaneo, la spasmodica ricerca di un lessico fuori dall'ordinario, le reiterazioni pleonastiche, le numericamente infinite parafrasi, le ingiustificate elucubrazioni ripiegate su se stesse, mi stavano subito seccando. Il titolo mi aveva creato l'aspettativa di un'autobiografia, invece. Penso non sia definibile nemmeno come saggio, dico “penso” perché l'ho interrotto intorno alla trentesima pagina, ben oltre il limite previsto dall'Umberto Eco per selezionare i propri lettori. Finirà quanto prima nella bancarella di bookcrossing di un libraio della cittadina dove vivo, nella speranza che qualcun altro possa apprezzarlo in vece mia, perché so quanto costi il lavoro della scrittura.

Attaccai il secondo, il cui titolo invece è: C'E' UN POSTO DA QUALCHE PARTE... (scelta particolare, questa dei titoli narrati, come fossero opere cinematografiche della Lina Wertmuller). Per inciso, forse sono presuntuosa nel definirmi tollerante, ma se c'è qualcosa che non ammetto sono i puntini di sospensione nei titoli. Quindi mi armai di buona volontà per superare l'avversione e iniziai la lettura.
Il prologo non prometteva nulla di più rispetto al primo libro, ma qualcosa mi stava dicendo di continuare, non fosse altro perché questa volta si avvertiva una storia. Proseguendo nella lettura, mi accorsi che lo sviluppo dell'azione impediva all'Autore di soffermarsi troppo sulle leziosità lessicali, le metafore e le parafrasi, le reiterazioni pleonastiche, concentrandosi invece sul proseguimento della vera sostanza della narrazione. Sebbene il plot fosse un tentativo di lacrimevolezza, senza però mai sconfinare nello smaccato, non mi pentii di finirlo, anzi. Durante tutta la storia percepivo nettamente la partecipazione dell'autore alla malattia e morte della protagonista femminile, quasi fosse un'autobiografia. La rottura di aneurisma cerebrale che le capita, capitò anche a me nel 2012, con la differenza che lei ne muore, mentre io sono tornata dal Regno dei Morti. Avendo rilevato qualche piccola imprecisione medico diagnostica, tiro le orecchie all'Autore per non essersi debitamente informato. Resta di apprezzabile che l'Anzaldi, o meglio, il suo personaggio, grazie alla donna, riscopra l'amore per se stesso e la vita.


Consigliato a chi ama le storie che non devono per forza avere l'happy end, agli amanti di film come LOVE STORY, a chi crede nel potere di redenzione dell'amore.

martedì 26 luglio 2016

DESTINI VERTICALI

Di questo breve romanzo di Alessandro Toso mi ha attirato subito il titolo. Forte e deciso, avrebbe rimandato ad altrettanta forte e decisa storia? Ora che l'ho finito dopo qualche tentennamento dico sì. 

I tentennamenti sono dovuti al fatto che è una storia di maschi, come solo i maschi sanno essere. Chiusi in se stessi, senza possibilità di scampare all'impossibilità di raccontarsi se non a donne, di perdonarsi le proprie brutture, tra alcool e invidie di paese, di confidarsi tra loro per paura di apparire deboli. Sarebbe intrigante sviluppare una serie di considerazioni di genere, inteso come differenza tra uomini e donne letterariamente parlando, ma non credo sia questo blog il luogo adatto. 

Tuttavia mi appare doveroso notare che, dotati di linguaggio scarno e a tratti volgare, i personaggi del Toso siano tagliati col falcetto, certamente con il giusto spessore ed equilibrio tanto da essere resi vividamente, ma senza quelle sfumature che invece appartengono al mondo femminile. Quindi per un certo tratto della storia ammetto di aver arrancato. Però come nella buona letteratura accade, il finale è riscattante e sorprendente, nonostante sia stato telefonato. Mi aspetto che l'autore progredisca sempre più nel migliorarsi. Mi aspetto che ora parli delle sfumature di noi donne. È una sfida che gli lancio.

Consigliato agli appassionati delle arrampicate, dei paesaggi alpini, del cameratismo tra maschi.

MADAME PIPI

Di Tinto Brass e Caterina Varzi. La copertina si vende da sé: in campo roseo una Tour Eiffel, simbolo fallico, ma capovolta: diventano le cosce strette di una signora. Sottotitolo: un romanzo.

Prima ancora di chiedermi chi fosse la Varzi, mi sono chiesta perché questo sottotitolo. Il Tinto nazionale invece lo conosciamo tutti, per la sua porcellaggine nazional popolare, che sulle prime, mi influenzava il significato del titolo. Nel sesso esistono, e sono adoperate da molte più persone di quelle che si possano sospettare, le cosiddette pratiche dannunziane, che prevedono l'ingestione, anzi, credo la parola adatta sia l'ingurgitare, delle nostre produzioni più intime, per ricavarne piacere erotico. Perciò, visto l'autore, visto il titolo, pensavo già ad una pletora di tali pratiche, che, detto per inciso, aborro. Quindi iniziai la lettura con malavoglia. 

Niente di tutto ciò.

Pur essendo femminista, la mia onestà intellettuale mi ha sempre portata a sostenere che noi donne siamo superiori agli uomini persino nel male. Questo un romanzo, senza fare spoiler, ne è la conferma. Vorrei poter raccontare qualche scena, ma non lo faccio.

Quindi, ne parlo per ciò che più mi ha toccata intimamente: il rapporto madre single/figlio invalido, perché è il presupposto della mia vita di questi ultimi anni. La protagonista femminile, Antoinette, è per l'appunto una madre sola, un tantino appassita ormai, alle prese con un onesto lavoro (la Madame Pipì del titolo è lei, scopriamo subito dalle prime pagine che è un nomignolo attaccatole dagli avventori del pub in cui lavora come commessa ai bagni) e con le cure dedite al figlio handicappato, che l'assorbono tutto il tempo libero, esattamente come successe a me per alcuni anni. In questo tratto del un romanzo, sono stata male, lo ammetto.

Abbandonata anni or sono dal partner, nel suo intimo, la protagonista coltiva il sogno di incontrare un uomo che la risollevi e la salvi dalle sue tristi condizioni. E qui ho cominciato a prenderne le distanze, perché non ho mai cercato un uomo cui poggiarmi. Antoinette invece lo incontra. È François, un uomo colto, raffinato, un medico, un Master, come si direbbe secondo certa terminologia cara agli ambienti BDSM. Costui non solo la domina sessualmente, degradandola e togliendole progressivamente la libertà, ma perfino le impone di rinchiudere il figlio in un istituto, perché sia più libera e disponibile per le sue perversioni. Pur di possederlo, Antoinette gli si sottomette e gli ubbidisce, fino a quando. E qui mi fermo, per fare alcune considerazioni.

Se nel primo tratto del un romanzo sono stata male perché vedevo in Antoinette riflessa la mia immagine di donna sola con figlio handicappato da allevare, nella seconda parte invece la mia autostima ha subito una bella impennata, congratulandomi con me stessa per aver cresciuto una bimba gravemente invalida senza l'aiuto di partner alcuno. Col famigerato senno di poi, forse avrei avuto bisogno di un uomo al mio fianco. Infatti, tutta spesa e protesa nella cura e nel recupero psicomotorio di mia figlia, un bel giorno il mio corpo mi disse STOP, facendomi scoppiare l'aneurisma che avevo nel cervello. Ora il papà finalmente si è accorto di avere una figlia e se ne prende cura totalmente. Non tutto il male vien per nuocere, recita un detto delle nonne e dei buddisti. Ma questa è un'altra storia.

La Varzi scopro essere una specialista della fenomenologia amorosa, nonché partner nella vita di Tinto Brass. Il suo contributo nella costruzione dei due protagonisti si rivela prezioso e assennato.
Resta inevasa la mia domanda: perché un romanzo. Forse perché la sua drammatica conclusione da film horror è solo una delle tante possibili.

Consigliato a papà di figli invalidi, a lettori e fruitori di BDSM, ad appassionati di scene splatter.


venerdì 22 luglio 2016

SOTTOMISSIONE

Da diversi mesi avevo prenotato in biblioteca quest'ultimo romanzo di Michel Houellebecq, che sembrava sparisse ad ogni sua apparizione sugli scaffali. Come sempre faccio, cerco di ignorare chi sia l'autore, specie se ho il sospetto sia un grande, confortata dalle innumerevoli apparizioni sui Media. In questo mio sospetto è contenuta tutta la mia critica contro i Mass Media, ma non è qui il luogo adatto per sviscerarne le considerazioni.
Quando approccio una lettura per la recensione, voglio rimanere all'oscuro circa argomento e autore, da una parte per onestà intellettuale, dall'altra perché voglio farmi sorprendere. In questo caso sembrava fosse impossibile, ma mi sono adoperata per ignorare e ci sono riuscita.

Nel leggere la nota in chiusura: “Non ho studiato all'università (…) Se le mie affabulazioni rientrano in una cornice abbastanza credibile, lo devo solo a lei” (Agathe Novak-Lechevalier, professore associato di non so quale istituto universitario), affermazioni all'apparenza veritiere, dovetti istruirmi. Ma faccio un passo indietro.

Ambientato in un futuro più che prossimo che vede l'ascesa del candidato islamico alla guida della Francia, il romanzo è impregnato di fanatismo religioso. Il protagonista, emerito docente di letteratura francese presso una delle principali università dei nostri cugini, parla in prima persona, dapprima non inneggia all'Islam, ma ne subisce passivamente l'imposizione, come altri suoi colleghi universitari, preoccupato com'è più dall'avanzare dell'età, inversamente proporzionale alla disponibilità di carni fresche da scopare (mi si perdoni se uso lo stesso metalinguaggio del protagonista), che non dall'avanzare di una nuova dittatura, spaventato dal cambiamento delle donne occidentali, sempre più disinibite e indipendenti. Si vede talvolta costretto a rivolgersi a donne a pagamento.Da diversi mesi avevo prenotato in biblioteca quest'ultimo romanzo di Michel Houellebecq, che sembrava sparisse ad ogni sua apparizione sugli scaffali. Come sempre faccio, cerco di ignorare chi sia l'autore, specie se ho il sospetto sia un grande, confortata dalle innumerevoli apparizioni sui Media. In questo mio sospetto è contenuta tutta la mia critica contro i Mass Media, ma non è qui il luogo adatto per sviscerarne le considerazioni.
Quando approccio una lettura per la recensione, voglio rimanere all'oscuro circa argomento e autore, da una parte per onestà intellettuale, dall'altra perché voglio farmi sorprendere. In questo caso sembrava fosse impossibile, ma mi sono adoperata per ignorare e ci sono riuscita.

Nel leggere la nota in chiusura: “Non ho studiato all'università (…) Se le mie affabulazioni rientrano in una cornice abbastanza credibile, lo devo solo a lei” (Agathe Novak-Lechevalier, professore associato di non so quale istituto universitario), affermazioni all'apparenza veritiere, dovetti istruirmi. Ma faccio un passo indietro.

Ambientato in un futuro più che prossimo che vede l'ascesa del candidato islamico alla guida della Francia, il romanzo è impregnato di fanatismo religioso. Il protagonista, emerito docente di letteratura francese presso una delle principali università dei nostri cugini, parla in prima persona, non inneggia all'Islam, ma ne subisce passivamente l'imposizione, come altri suoi colleghi universitari, preoccupato com'è dall'avanzare dell'età, inversamente proporzionale alla disponibilità di carni fresche da scopare (mi si perdoni se uso lo stesso metalinguaggio del protagonista), spaventato dal cambiamento delle donne occidentali, sempre più disinibite e indipendenti. Si vede talvolta costretto a rivolgersi a donne a pagamento.

Un lettore qualsiasi, come me, potrebbe persino pensare sia autobiografico. Una femminista qualsiasi, come me, potrebbe addirittura indignarsi per la mercificazione di donne, sia da parte dell'emerito, sia per le minorenni offerte in isposa ai colleghi convertiti all'Islam. Inoltre, fino alle ultime dieci pagine, il protagonista sembrava appartenere a quella classe di personaggi che nel plot di un racconto, non cambiano. Altro elemento, dunque, che aborro. Invece no: cambia totalmente. Dal rifiuto a livello teorico dell'Islam, rifugiandosi sempre tra le braccia (dovrei dire gambe) di qualche studentessa, alla fine di quella religione accetta le lusinghe economico carnali. Non mi sono indignata. Mi è venuto proprio il voltastomaco. Assunta la convinzione che fosse autobiografico, non osavo credere che un intellettuale come Houellebecq accettasse la conversione pur di mantenere la cadrega, uno stipendio doppio rispetto al precedente e, come se già non bastasse, pure in cambio di carni minorenni e sottomesse, garantite dal nuovo sistema politicoreligioso.

Quindi, faccio ricerca e scopro che QUEL protagonista non è Houellebecq, che Houellebecq non solo ha formazione universitaria di prima mano, ma ha anche subìto (e vinto) non so bene se un processo per islamofobia che sarebbe l'odio o la paura verso l'islam o verso i musulmani in genere o comunque una mirata attitudine xenofoba (come dalla fonte dell'ESPRESSO online del gennaio 2015) o se contro i costumi dei Paesi Arabi in generale (e in questo caso si parlerebbe di razzismo come da fonte di ADNKRONOS online di febbraio 2015). Il significato di islamofobia non coincide con quello di antislamismo, termine che invece indica l'opposizione alle dottrine e pratiche politiche che mirano alla creazione di uno stato che trovi nella religione islamica i principi guida per regolarne la sfera economica, politica e sociale oltre che religiosa e che nel caso di Houellebecq sembrerebbe più attinente. Ancora solo pochi giorni prima della scrittura di questa recensione (giugno 2016), al COLLISIONI FESTIVAL di Barolo, il provocatorio autore affermava: Il Jihadismo sta prendendo piede. Ce la faranno. 

Quindi il romanzo, tutto sommato semplice e lineare nel suo svolgimento, direi persino inevitabile nel pur sorprendente finale, è un dileggio cattivissimo del sistema islamico. Sembra dire: Io, Houellebecq, accusato di islamofobia, scrivo un romanzo che sembra dare ragione all'Islam e che invece è una critica ferocissima, giocata con la carta della dimostrazione paradossale.

Sono sotto shock per la bellezza. Fosse un'opera d'arte visiva, parlerei di Sindrome di Stendhal. Se credevo, prima di lui, che après David Foster Wallace le déluge, ora dico che non troverò un altro autore all'altezza della costruzione di un mondo tanto parallelo quanto verosimile come Houellebecq.
Consigliato non a chi ha paura dell'Islam, ma agli inconsapevoli, ai cosiddetti dotti, ai menefreghisti politici e religiosi. Il personaggio diventa progressivamente terreno fertile su cui attecchiranno le manipolazioni del potere nascente.

Un lettore qualsiasi, come me, potrebbe persino pensare sia autobiografico. Una femminista qualsiasi, come me, potrebbe addirittura indignarsi per la mercificazione di donne, sia da parte dell'emerito, sia per le minorenni offerte in isposa ai colleghi convertiti all'Islam. Inoltre, fino alle ultime dieci pagine, il protagonista sembrava appartenere a quella classe di personaggi che nel plot di un racconto, non cambiano. Altro elemento, dunque, che aborro. Invece no: cambia totalmente. Dal rifiuto a livello teorico dell'Islam, rifugiandosi sempre tra le braccia (dovrei dire gambe) di qualche studentessa, alla fine di quella religione accetta le lusinghe economico carnali. Non mi sono indignata. Mi è venuto proprio il voltastomaco. Assunta la convinzione che fosse autobiografico, non osavo credere che un intellettuale come Houellebecq accettasse la conversione pur di mantenere la cadrega, uno stipendio doppio rispetto al precedente e, come se già non bastasse, pure in cambio di carni minorenni e sottomesse, garantite dal nuovo sistema politicoreligioso.

Quindi, faccio ricerca e scopro che QUEL protagonista non è Houellebecq, che Houellebecq non solo ha formazione universitaria di prima mano, ma ha anche subìto (e vinto) non so bene se un processo per islamofobia che sarebbe l'odio o la paura verso l'islam o verso i musulmani in genere o comunque una mirata attitudine xenofoba (come dalla fonte dell'ESPRESSO online del gennaio 2015) o se contro i costumi dei Paesi Arabi in generale (e in questo caso si parlerebbe di razzismo come da fonte di ADNKRONOS online di febbraio 2015). Il significato di islamofobia non coincide con quello di antislamismo, termine che invece indica l'opposizione alle dottrine e pratiche politiche che mirano alla creazione di uno stato che trovi nella religione islamica i principi guida per regolarne la sfera economica, politica e sociale oltre che religiosa e che nel caso di Houellebecq sembrerebbe più attinente. Ancora solo pochi giorni prima della scrittura di questa recensione (giugno 2016), al COLLISIONI FESTIVAL di Barolo, il provocatorio autore affermava: IlJihadismo sta prendendo piede. Ce la faranno

Quindi il romanzo, semplice e lineare nel suo svolgimento, direi persino inevitabile nel pur sorprendente finale, è un dileggio cattivissimo del sistema islamico. Sembra dire: Io, Houellebecq, accusato di islamofobia, antislamismo, razzismo, scrivo un romanzo che sembra dare ragione all'Islam e che invece ne è una critica ferocissima, giocata con la carta della dimostrazione paradossale.

Sono sotto shock per la bellezza. Fosse un'opera d'arte visiva, parlerei di Sindrome di Stendhal. Se credevo, prima di lui, che après David Foster Wallace le déluge, ora dico che non troverò un altro autore all'altezza della costruzione di un mondo tanto parallelo quanto verosimile come Houellebecq.

Consigliato non a chi ha paura dell'Islam, ma agli inconsapevoli, ai cosiddetti dotti, ai menefreghisti politici e religiosi.


domenica 10 luglio 2016

JOYLAND

Pensavo che con SHINING, letto almeno una dozzina di volte, avessi finito la mia avventura letteraria assieme a Stephen King. Per certi versi, resta tutt'ora all'apice della paura e della creatività. Adolescenziale e la mia credenza e l'approccio terrorificoinguistico dell'autore. Infatti, quando scovai tra i miei appunti per consigli di lettura questo JOYLAND suggerito dal collega Antonio Lanzetta, mi risolsi a prenderlo in prestito dalla biblioteca solo perché gli altri 23 titoli in nota da leggere non erano a catalogo e questo invece sì. Sebbene sbeffeggiata dagli amici lettori che stimo, più procedevo nella lettura, più riconoscevo che mi era stato dato un ottimo consiglio.

Abbandonati gli adolescenziali stilemi del terrore a tutti i costi, King porta a compimento un'opera in grande stile, matura, ragionata e scritta col senno di poi, vissuta sulla sua pelle (almeno appare tale l'episodio della perdita della verginità da parte di un ventunenne iniziato da una donna più matura), tutto sommato semplice nello sviluppo del plot, quindi verosimile, nonostante l'arricchimento in turpiloquio. Il lettore avverte la nostalgia del tempo che fu, la quale trasuda da ogni passaggio, conquistandolo.

Tornano i temi della luminanza (un traduttore disgraziato pensò di rendere così la parola shining), come sempre attinenti a bimbi debolmente dotati in salute, ricorrenti oltre che in questo JOYLAND, nel già citato SHINING ma anche IT: mi sorge solo oggi il sospetto che pure questa sia una situazione autobiografica. A parte quel paio di cosette o tre scontate, la bellezza da sturbo dell'iniziatrice, la forza di carattere del ragazzino condannato, il ghigno malefico dell'assassino, il romanzo scorre liscio come un giallo ben congegnato.

Consigliato a inveterati giallisti, a nostalgici dei primi amori, ad appassionati di storia dei Luna Park.

venerdì 1 luglio 2016

SFRATTATI

SFRATTATI di Giuseppe Marotta, ufficiale giudiziario di professione, si direbbe un saggio, ma è più un romanzo, o meglio la felice commistione dei due generi, sorretta dalla napoletanità dell'autore. Fosse cinema, lo definirei docufiction, chissà magari dando l'idea per un progetto televisivo a qualche produttore TV.

Letto poco più di un anno fa, appena sfrattata per morosità incolpevole e ospite di mia madre, all'epoca ne patii le conseguenze, abbattendomi nel morale. Già non riuscivo a rassegnarmi all'idea di non avere più una casa mia, inoltre si era aggiunto un atto di pignoramento da parte dell'ex mio padrone di casa, gravante sull'appartamento della mamma, giustificato dal fatto che ne avevo ereditato una piccola percentuale alla morte del papà. Avendo un reddito molto limitato, non avevo idea di come fare a ripagare il mio debito affinché mia mamma ne conservasse proprietà e possesso. Leggere il Marotta che testimonia in prima persona i tentativi di suicidio degli sfrattati non mi consolò, tutt'altro. Ma mi permise di raggiungere una maggior consapevolezza e determinazione. Quando un libro ti cambia la vita, è un BUON libro. Lo lasciai decantare, prima di farne una recensione, e mi buttai nella risoluzione del problema.

A distanza di un anno o poco più, sulla strada della soluzione ormai definitiva, ho riletto SFRATTATI con occhio diverso e l'ho trovato non solo efficace come saggio, ma anche splendido in quanto romanzo. Il Marotta stesso premette di desiderare l'imitazione dei suoi modelli, da Charles Bukowski e le sue donne, pur non avendone lo stesso sentire, a Francis Scott Fitzgerald e i suoi cocktails a suon di jazz, passando attraverso Ernest Hemingway e le sue avventure di caccia. Ma ci mette la napoletanità che gli è propria, la quale si traduce in umanità e empatia per le vittime di sfratto, che non sono solo gli inquilini, il più delle volte morosi incolpevoli per la triste congiuntura di mercato, ma anche i proprietari che da mesi, se non da anni, non percepiscono la pigione, magari essendosi impegnati in un mutuo.

Però SFRATTATI non è solo tragedia (il tentato suicidio di un imprenditore percorre tutta la lunghezza del libro, più uno da parte di una coppia marocchina con prole cui l'ufficiale giudiziario assiste in persona, oltre ad accennare ad altri morti suicidi italiani sfrattati), ma anche comicità per come l'autore tratteggia situazioni e personaggi-macchietta. Se non fosse per l'efferatezza della scena, anche la narrazione di questa famiglia marocchina di come tenti il suicidio di massa, sconfinerebbe nel comico. Ciò che tocca di più, resta la capacità di identificazione del Marotta nei protagonisti degli sfratti da lui eseguiti, proprio per comporre le dispute che di solito insorgono alla sua presenza. Ci riesce, quasi sempre, come nel caso del suo compaesano camorrista, che sfocia nell'ilarità. Quel QUASI però è riferito all'imprenditore che, una volta accettato lo sfratto, si chiude in bagno e si spara, finendo in coma.

Ma in chiusura, anche questo episodio si conclude in vittoria. L'ufficiale giudiziario, tormentato dal senso di colpa, desidera andare a trovarlo per tutto lo spazio del libro, quindi a questo scopo resta in contatto telefonico con un infermiere amico suo che assiste il comatoso, temendo di essere rifiutato. Ma al risveglio, lo sfrattato accetta. E non solo: ammette al Marotta di aver raggiunto un'apertura mentale che prima del coma non aveva avuto.


Consigliato a futuri ufficiali giudiziari, a chiunque svolga una professione di mediazione, agli sfrattati e ai loro padroni di casa, ai tecnici e ai politici comunali affinché risolvano l'emergenza sfratti. Nel testo, il Marotta a questo proposito dà loro opportuni suggerimenti.  

martedì 21 giugno 2016

UMBERTO DEI

Michele Marziani ha inventato un sottotitolo al suo romanzo UMBERTO DEI, che recita: biografia non autorizzata di una bicicletta. Ho un grande rispetto per gli autori, sempre, ma non credo sia appropriato, perché non è una biografia. Per come si è svolta la narrazione, mi permetterei di suggerire invece: nascita del futuro

Voce narrante tra monologhi interiori e dialoghi col passato reincarnato nel presente attraverso vecchi compagni di Università e Nas, un giovane assistente meccanico proveniente dall'Afghanistan, il protagonista Arnaldo, ex promotore finanziario, ora vedovo riparatore di biciclette, parte orso auto-compiaciuto della sua solitudine e arriva capendo di non poter più stare solo. Il tipico percorso di cambiamento suggerito da ogni scuola di scrittura., inframezzato da rara poesia del quotidiano. Rara in senso di preziosa. Ho estrapolato gli esempi più ficcanti. Di sé, alla ritrovata compagna di Università Alberta, quando le confessa il timore di essere ricercato dai Carabinieri per piccole malefatte terroristiche di gioventù, Arnaldo dice:

Beh, sono stato un bastardo, come tutti in quel mondo. Ma onesto. Ho pagato le tasse e dell'economia non si sente l'odore. (…) la puzza, il marcio, la gente che sulle tue transazioni perde il lavoro, vede aumentare il prezzo del riso, magari muore di sete... No, è roba questa per cui non ti cercano i carabinieri. No, per questo no” commento amaro.

Della società italiana (o occidentale in genere) che male accoglierebbe un progetto costruttivo, invece:

Come se avesse senso oggi costruire qualcosa, qualcosa che funzioni intendo. In un mondo dove tutto si deve rompere in fretta per poterlo cambiare.

Al primo vero bacio di Alberta ad Arnaldo, lui si ritrae e dice:

Non credo sia una buona idea
Perché?
Perché io le persone le perdo.

Poi però si lascia andare, così meditando:

Che casino l'amore. (…) Con lutti, separazioni, addii, angosce, rinunce, stanchezze, ognuno ha le sue e magari, senza accorgersene, le inzuppa la mattina nel caffè.

Questa immagine della sofferenza condivisa inzuppata nel caffè mi commuove, perché la sento vera.

Tanta ironia fa capolino tra le amarezze, come quando Arnaldo sotto un'improvvisata copertura cristiana in missione “per conto di Dio ma non ho John Belushi come compagno di viaggio” pur di entrare in Afghanistan, commenta:

Ecco a cinquant'anni rischio l'arresto per traffico di bibbie.

Della Umberto Dei afghana, Nas dice ad Arnaldo:
È provato, se sulle mine antiuomo ci passi in bicicletta, con una di queste biciclette, puoi anche non esplodere e cavartela.
È provato scientificamente?
No, ho provato io e son qui a raccontartelo.

E conclude, superando ogni amarezza:

Sarà ora che li vada a trovare i miei vecchi.

Al di là del rispetto delle regole canoniche di sviluppo narrativo, Michele Marziani dimostra di padroneggiare non solo un italiano dolente e amaro, poetico e ironico, ma anche le tematiche antropologiche del vivere in Italia.


Consigliato ai nostalgici redivivi della Milano popolare e del Bar Magenta come me, a coloro che videro nella lotta armata degli Anni di Piombo la soluzione, a chi crede che la costruzione di un futuro migliore possa cominciare soltanto in Asia.

lunedì 20 giugno 2016

TRANNE IL COLORE DEGLI OCCHI

Mi applico a questo libro come con tutti gli altri, cioè senza leggere biografia la dell'autrice, Roberta Marcaccio, e nemmeno la sinossi, perché voglio conservarmi aperta ad ogni possibilità che la lettura mi darà. Però stavolta ammetto che sarebbe stato meglio leggere almeno la sinossi, perché TUTTO TRANNE IL COLORE DEGLI OCCHI è l'esempio perfetto di come non iniziare un romanzo e di come si debba invece finirlo.

Infatti, ne leggo i primi due terzi con malavoglia e lentezza che non mi appartengono, tali da dovermi fermare e chiedermi perché. Appaiono personaggi ingiustificati, senza apparente nesso narrativo tra loro. Non c'è apparente sviluppo dialettico. La noia apparente mi assale a tal punto di volerlo quasi abbandonare. Ma l'ho fatto solo temporaneamente, dedicandomi ad altre letture e ai Poetry Slam. Per fortuna.

Perché poco più di un'ora fa, prima di scriverne la recensione, riprendo in lettura dell'ultimo terzo e lo finisco in un attimo. Finalmente il plot si sviluppa e scorre agile sotto i miei occhi. E in più, si chiude con un fatidico spiegone (termine che di norma uso in modo deleterio, ma in questo caso no, perché necessario alla storia) che unisce personaggi e vicende precedenti e un finale che regala commozione perché nell'avvicinare le strade delle due protagoniste fino alla morte, avvicina i loro eredi meritevoli d'amore l'uno per l'altra, per compensare i destini apparentemente stolidi delle due protagoniste. 

Apparentemente, un avverbio che accompagna TUTTO TRANNE IL COLORE DEGLI OCCHI, per scoprire che solo apparentemente è un romanzo d'amore, ma alla fine è un giallo, pur non avendone il costrutto.

Consigliato a chi vuole andare oltre le apparenze dell'amore fraterno, a chi cerca un lieto fine a tutti i costi, a chi cerca l'amore anche dove non c'è. E lo scopre.



lunedì 13 giugno 2016

A GALLA

A causa di un'inopportuna “dritta” dell'autore Alessandro Toso, pensavo di aver iniziato un romanzo sulla falsa riga delle CINQUANTA SFUMATURE, ambientato nella profonda provincia veneta tra personaggi della Middle Class. Avendone letto a suo tempo LE NERE e avendole ribattezzate CINQUANTA SFUMATURE DI NOIA, mi ero arenata nella lettura (e nel giudizio) sulle peripezie di una coppia di annoiati fedifraghi. Eppure A GALLA era ben scritto, con tratti di originalità autentica. Pensavo lì per lì di mollarli alle loro acrobazie erotiche, quando il romanzo cambia registro. R A D I C A L M E N T E.

Dopotutto, la piccola e media impresa era il motore del NordEst, no? E i motori non si fermano neanche per il weekend. Ora però la corsa del bolide si era schiantata contro un muro di cemento spesso tre metri, portando via con sé piloti e passeggeri. Nel giro di tre o quattro anni buona parte degli artigiani e dei grossisti della zona avevano dovuto chiudere bottega.”

È la svolta. Da questo momento in poi, il romanzo si lascia alle spalle le SFUMATURE della Middle Class, per assumere quelle della WorkingClass. E, in parte, del giallo. Tra scioperi, okkupazioni con la cappa, rapimenti, innamoramenti adolescenziali, prezzolamenti e morti coraggiose, il tutto si riassume in un telegrafico periodo del Toso: “Purificazione. Espiazione. Rinascita.”

Per poi finire moraleggiato da uno dei personaggi meno moraleggianti, Marcellone, un ignorantone che se ne sbatte delle istanze operaie, ma si redime con un nobile gesto di chiusura. “È come quella canzone. Vivi in fretta e muori giovane.”

Un appunto all'Editor, per altro impeccabile. Un appunto che riconosco essere pignoleria pura, o che vuole semplicemente mettere in luce la mia cultura. A pag. 418 il personaggio principale parla con orgoglio della propria figliola, come sua degna erede caratteriale avendola presa in braccio alla nascita prima ancora della madre, come ad averle dato il suo imprimatur.

Imprimatur deriva dalla locuzione latina “Nihil obstat quominus imprimatur”, tradotta letteralmente in “Non esiste alcun impedimento al fatto di essere stampato.” Fu la chiesa che coniò l'espressione quando concedeva il nulla osta in piena caccia alle streghe. Ma, se si tratta di figli, temo che in questo caso vi sia un errore grossolano. Se volessimo concedere loro il beneficio di non essere bruciati sul rogo, allora sarebbe ammessa l'espressione imprimatur. Ma se vogliamo definire una particolare modalità di apprendimento che può avvenire solo nelle prime ore dopo la nascita, sarebbe meglio parlare di imprinting, come ci insegnò l'etologo tedesco Konrad Lorenz.

Adesso forse mi è chiaro il titolo A GALLA: sarà perché nonostante le grossolanità, (un incipit avulso dal contesto, imprecisioni scientifico-lessicali) resta comunque a … galla.

Consigliato a chi ha fatto delle lotte operaie il proprio scopo di vita e a chi, pur essendo padrone, non ne conosce ancora le istanze.

sabato 11 giugno 2016

AMORE OBLIQUO

È la prima volta che leggo un romanzo senza prendere appunti. Non l'ho fatto perché non ho potuto. Mi ha travolta. L'ho dovuto finire subito perché è il finale a determinare se un romanzo è buono oppure no. Il finale ha confermato ciò che avevo sospettato fin da subito.

A chi mi ha passato AMORE OBLIQUO ieri avevo scritto le seguenti parole:
Sono solo alla pag. 33 di e mi sta conquistando. Forse non sarà il romanzo del secolo, ma al momento VINCE. È un autore che sa scrivere. Ti dirò il mio sì definitivo in base al finale.”

Fin qui le mie riflessioni di ieri. Premetto che non leggo mai in anticipo sinossi e note biografiche degli autori, per non farmi influenzare. Stanotte l'insonnia complice mi ha portato quasi a finirlo. Durante un errore di scorrimento pagina, sono incappata nelle note bio. Fino a quel punto, si sarebbe detto scritto da un uomo, ma l'autore è donna, Maria Teresa Casella e questo mi sorprende per come ha gestito i comportamenti del protagonista, uomo. Avevo visto giusto: si trattava di un'autrice rotta da tempo alla letteratura di qualità. Già alla pag. 83 mi aveva convinto del tutto la seguente frase:

“Morte di una bambina molto piccola con una sorella molto stronza. Fu un evento catastrofico ma non fui io a provocarlo. Io mi limitai a sfruttare l'occasione.”

L'incipit del romanzo non è fulminante come quelli di Angelo Ricci ed è un peccato. Il capitolo che finisce con quella frase invece sì. Chissà se l'autrice accetterebbe lo scambio.

Maria Teresa Casella si muove con sorprendente facilità in un binomio di romantica memoria (in senso letterario). Infatti, il movimento ottocentesco del Romanticismo rispolverò il topos Amore e Morte strettamente connesse l'uno all'altra, archetipo già esplorato nella Tragedia della Grecia Classica. In più, sulla scorta di successi letterari come la trilogia delle CINQUANTA SFUMATURE, la Casella riesce ad aggiungere la freschezza del peperoncino, senza sconfinare nel facile porno. I personaggi sono così ben tratteggiati, i loro atteggiamenti così verosimili, i dialoghi così credibili, che il lettore resta spiazzato dal finale disperante. Spiazzato in bene.

Unica critica, che vuole essere costruttiva, per la copertina. Pur contenendo tutti gli elementi giusti, è troppo giocata sui contrasti forti, essendo il protagonista equilibrato tra i grigi.


Consigliato a chi cerca commistione tra giallo ed eros. Agli adulti adolescenti, ad adolescenti resi adulti troppo presto.

mercoledì 8 giugno 2016

IL NOSTRO DUE AGOSTO (NERO)

Luca Martini è un grande scrittore. Coraggioso. Più di lui, l'editore, Antonio Tombolini, che ha creduto nel progetto di Martini: raccogliere (e pubblicare) le testimonianze dirette e indirette sulla strage del 2 agosto 1980, a Bologna. Lasciandole così come sono uscite dalle penne dei testimoni, anche se improvvisate e senza editor.

Ivo Tiberio Ginevra, 53 anni
2, 28, 12
È il primo dei racconti a muovermi un moto dell'anima verso le lacrime.

Massimiliano Maestrello, 33 anni, Palù, (Verona)
Parlarne davvero.
L'ignoranza della generazione successiva.
Un papà con figlioletto in braccio: “So solo che poco dopo lo ha baciato sulla tempia, in mezzo ai capelli sudati. E poi ha fatto questo: ha cominciato a leggergli i nomi scritti sulla lapide. Ad alta voce. Ad uno ad uno.”
Mi ispira il mio racconto della strage.

Senza numero. Persona senza nome, anni imprecisati, luogo ignoto.
Io volevo solo andare in vacanza.
La raccolta finisce con i pensieri di uno sconosciuto, di invenzione, certo, ma pur sempre reale come gli altri ottantacinque. Muore lasciando il vuoto di non senso di una strage. LA strage. Mi lascia l'orgoglio di averne scritto io il ricordo a imperitura memoria, come si diceva una volta sulle lapidi. Ora so perché si usa dire IMPERITURA.

(Nb: fosse stato per la copertina, non l'avrei scelto. Non a livello di quelle di Marta D'Asaro)


Consigliato alle scolaresche del presente e del domani. Ai loro professori. Al memento mori.

La mia storia del 2 agosto 1980.

Il due agosto millenovecentottanta lo ricordo bene. Avevo quindici anni ed ero in vacanza coi miei genitori, roulottisti navigatori d'Italia e d'Europa. Ad Ascea, sulla costiera salernitana, praticavamo campeggio libero in spiaggia, a cerchio con altre due roulotte, come gli zingari. Noi stessi amavamo chiamarci così. Gli altri, li avevamo conosciuti l'anno precedente sempre lì, ad Ascea. Una famiglia di Torino, un'altra di Imola.

Tonino era il papà dei due fratelli imolesi. Di Taranto, sentiva forte ancora l'appartenenza al mondo del sud, infatti praticava sempre pesca subacquea, tornando con grondanti grappoli di polpi. Amava preparare muscoli alla tarantina, con sugo al pomodoro e friselle. Quella mattina, a pranzo, avremmo mangiato una quintalata di cozze. Tonino sentiva molto anche l'appartenenza alla sua patria di adozione, al territorio bolognese. L'avrei capito di lì a poco. Erano circa le 13 e tutti e undici, Michelina e Enzo con la loro Cristina, Tonino e Ardea coi loro Andrea e Alfredo, Marisa e Lele, con Fabio e me, ci stavamo apprestando a pranzare sotto il tendalino della nostra roulotte, l'unica dotata di TV in bianco nero con le antennine da regolare. Lo speaker annunciò la bomba. Tonino impietrì. Io non colsi. Nell'avventatezza delle nostre adolescenze, nessuno colse. Ma Tonino sì. Tonino lacrimò.

Negli anni a seguire, imparai a conoscere l'epoca stragista. Appresi molto dal film di Sorrentino, IL DIVO, che è tutto dire: la verità solo al cinema, finzione per antonomasia. Grazie a Sorrentino, appresi il significato delle lacrime di Tonino. Poi ad aprile del duemilasedici, mi dovetti fermare un paio d'ore in una sala d'aspetto della stazione ferroviaria di Bologna. Bologna mi era sempre piaciuta, nelle nostre peregrinazioni da zingari ci eravamo transitati e fermati tante volte. 

C'era un grande orologio fermo alle 10.25. Eppure erano le 18. Non capii subito che era LA sala d'aspetto. Un'austera sala d'aspetto, con una insolita architettura. Nella parete che dava sui binari vi era come un'interruzione, che lì per lì pigliai per il rigurgito modernista dell'architetto. Tutti i presenti erano affaccendati nei casi loro, io nel mio immancabile libro, credo fosse LA VITA SESSUALE DELLE GEMELLE SIAMESI di Irvine Welsh. Ma quella insolita architettura mi chiamava. Alzavo gli occhi dal libro e mi chiedevo perché. Sembrava una spaccatura nel muro. O meglio, una breccia. Mi venne in mente la Breccia di Porta Pia. Poi la vista si adattò al controluce e vidi i nomi scalpellati nel muro. Ottantacinque nomi e cognomi. L'orologio fermo. I nomi. Colsi.

Mi alzai, abbandonando il libro, il che, nel mio caso, è tutto dire. Mi avvicinai al muro della bomba. Lessi ad uno ad uno tutti gli ottantacinque nomi, nella mia mente formai ottantacinque persone. Giunsi le mani a preghiera e li rilessi tutti. Ad alta voce. Il tempo si fermò. Ancora una volta. In quell'istante, potevo sentire le urla, gli ansimi, il rimbombo, avvertire sulla mia pelle la polvere e i calcinacci, annusare l'aria al tritolo, T4 e gelatinato di quel due agosto millenovecentottanta, ore 10.25. Nell'indifferenza degli altri passeggeri. La più grande sconfitta degli uomini è dimenticare. 
Ora so che porterò i miei figli in pellegrinaggio, qui.

L'ODORE DEL RISO

Un tempo, fui assistente di un pittore famoso negli anni '70, poi decaduto. Il suo motto era: “Il colore è tutto.” O forse era il motto di Carlo Carrà, non ricordo. Angelo Ricci potrebbe assumerlo come proprio. Il colore in tutte le sue declinazioni screziate ravviva ogni pagina del suo scrivere.

L'incipit è fulminante, inchioda alla sedia/divano/letto/tazzadelcesso e impedisce di pensare ad altro. “Io so tutto di voi.” Io chi? Voi chi?
Eppure, c'è già tutto. Lo spazio: quella troia della pianura padana. Il tempo: l'oggi coi suoi soldi sporchi da lavare. I protagonisti: gli americani del sud che costruiscono. Il cosa: villette a schiera. Il chi: il venditore/narratore, sgamato.

Patotas.
Daglielo al Mondo!
Si susseguono parole messe lì non a caso, ma solo per renderti incapace di capire. Si direbbe poesia in prosa, anzi, meglio, prosa in forma di poesia. Sensualità. Sessualità. Scorci. Squarci di colore e fiori e finestre.

La Taverna. Insegna a pezzi. Plastica opalescente annerita dallo sfinimento dei neon. Memorie perse dai colori morti.” Ecco dove si trova la poesia di Ricci: nelle plastiche consunte. “Tir dalle bocche sguaiate e urlanti muggiscono la loro presenza definitiva. Muovendo pacchi caldi di aria bollente.” Ma anche nel movimento dei Tir. Una poesia che sorprende, che spiazza, che narra l'inenarrabile. “Io so tutto di voi.” Io chi? Voi chi?

Dopo un centinaio di pagine si capisce che quel Mondo con la maiuscola è una persona che fa lo sfasciacarrozze. Il “Daglielo” è l'invito a dargli un vecchio motorino arrugginito. L'invito è pretesto per un dramma consumato tra ragazzini. È preludio per la costruzione di uno dei personaggi chiave.

Ancora una volta si volse a guardare la porta del garage. Era lì che era successo tutto. Era lì.” Per l'ennesima volta sembra riaffacciarsi un ricordo di una ricca ragazza grassa che appare a sprazzi. Per l'ennesima volta, Ricci non ce lo svela.

Poi c'è la faccenda di una ragazza nuda e prigioniera. Di uomini che si direbbero dalla parte della legge. Ma violentemente grezzi. La ragazza muore per sbaglio. Infine sapremo che è solo uno degli innumerevoli interrogatori a suon di pungolate elettriche, di cadaveri che spariscono nell'Atlantico dell'America del Sud.

Infine sapremo anche cosa successe nel garage. Ma non ne farò spoiler, perché è annodato strettamente ai cadaveri nascosti nell'Atlantico. E anche a colui che afferma: “Io so tutto di voi.”

Infine sapremo anche della parola misteriosa. Patotas. E il significato dell'odore del riso. Scopriremo anche come tutto si lega in una di quelle geometrie perfette che aprono il libro e lo chiudono. Ricci, geometra perfetto della narrazione. Dopo Scerbanenco, solo Ricci, che sta reinventando la narrativa gialla. Solo un difetto: gli spiegoni, ma si capisce che Ricci non avrebbe voluto farli.

Consigliato a chi ama gli incastri geometrici della narrazione, a chi vuole uscire dai consumati rigori del giallo. Ai poeti della banalità del male.

sabato 28 maggio 2016

TOPECA

La prima cosa che mi ha fatto scegliere di leggere questo libro è il titolo. Cosa sarà mai questa o questo Topeca. Che razza di parola è. Topeca. TO PE CA. T O P E C A. Me la giro e rigiro tra i denti. Non mi dice nulla. Sembra quasi il nome di una città nel deserto dell'Arizona.

L'autore, Michele Orti Manara, fa iniziare il libro con una scena spettacolare, come la miglior cinematografia hollywoodiana ci insegna. Avvince subito il lettore in un turbinio di involontario eroismo. Poi però cambia registro, pur deliziando palati sopraffini con termini da cercare sul vocabolario. Uno su tutti: prossemica.

Una delle poche cose di cui Topeca è certo, con precisione pressoché scientifica, è che chiunque, per quanto insignificante o misero possa sentirsi, abbia la reale possibilità di cambiare il mondo.”

Si direbbe persino una massima buddista.
Atri gioiellini di ironia sparsi qua e là nella vita grigia non grigia del Topeca, che però, pur gradevole la narrazione, restano uniche fonti di stupore.

Tartare di polpo con vellutata di radicchio e capperi salati. Ora, dello scetticismo di Topeca verso il cibo con nomi buffi si è già detto. Trovarli tutti insieme in un unico piatto ha però del prodigioso ”

Dopo averci pensato a lungo, Topeca si è ormai persuaso che il segreto della felicità, per lo meno della sua, stia nel metodo. Quale metodo be', questo Topeca non ha la presunzione di saperlo con certezza.”

Finalmente il finale riscatta la monotonia della vita (e della lettura), lasciando commentatore (e lettore) con la curiosità di sapere quale sia l'ossessiva lettura di quest'uomo dall'improbabile nome di una città dell'Arizona.

Consigliato a chi cerca l'umorismo sottile per combattere la vita grigia e a chi fosse interessato ad arricchire il proprio vocabolario.